OZIANDO IN RIVA AL MARE

Ho un caro amico, si chiama Marco, m’insegna a navigare nel web. Dio solo sa se, a quasi 90 anni, pensavo di dover tornare a scuola per cimentarmi coi computer, i tablet, gli smartphone sempre più “intelligenti” e complicati. Ma il web, la rete, funziona come una rete da pesca che, pian piano, ci pesca tutti, giovani e vecchi. Anch’io ho bisogno della PEC, dell’e-mail, della password, anch’io ricevo il calcolo dell’IRPEF on-line, i soldi della pensione on-line, i comunicati del mio Istituto di Previdenza on-line. A casa, per lettera, non mi arriva più nulla, solo bollette e avvisi di pagamento. Conclusione: o impari ad usare il computer o, fuggendo dalla realtà, comunichi tramite i “pizzini” come l’ultimo dei mafiosi. Ho scelto il male minore, il computer. Per ora, fra un copia taglia incolla, pasticcio sui tasti e rimpiango la mia vecchia Olivetti “lettera 22”. Marco, mentre mi spiega il nuovo, è curioso del vecchio mondo in cui ho vissuto, mi considera una memoria storica e mi stimola a ricordare e raccontare il passato. Tutto gli interessa, persino ciò che a me appare ovvio: il viaggio in vagone letto Roma-Milano, la mancanza dell’aria condizionata, dei telefonini, dei televisori, di medicinali oggi d’uso comune. Marco ascolta ma vuole di più,vuole i miei ricordi personali, le piccole cose viste da vicino che davano sapore alla vita nel secolo scorso. Ho deciso di accontentarlo. E’ estate, sono al mare appisolato su una sedia a sdraio: oziando ad occhi chiusi frugo nei meandri della memoria alla ricerca di qualcosa che valga la pena di essere narrato. Mi vengono in mente cose dell’infanzia e dell’adolescenza, cose minime ma indicative di un clima, di un’epoca, di un costume oggi superato. Le scrivo a episodi, una separata dall’altra.

IN GINOCCHIO DA TE

Il mio primo ricordo è un flash, un lampo di luce con, al centro, un gruppo di pie donne inginocchiate davanti a un apparecchio radio. Non ricordo altro, avevo tre anni e mezzo, un’età in cui le immagini sono quasi sempre sfocate. Fu la mamma, tempo dopo, a raccontarmi il come e il perché. Accadde nel paesino dell’alta valle del Piave, Castellavazzo, dove sono nato e dove mio padre, ingegnere, dirigeva un piccolo cementificio. A casa, in salotto, noi Cova eravamo gli unici a possedere la radio Grundig a transistor che captava suoni e voci dal mondo intero. Quella radio, allora oggetto del desiderio, spinse il parroco del paese a farci visita “per gravi e importanti ragioni”. Tra pochi giorni, ci disse emozionato, il Papa parlerà alla radio per la prima volta nella storia di Santa Romana Chiesa :“potrei”, aggiunse, “venire da voi con alcune parrocchiane per ascoltare le parole del Santo Padre?” Impossibile rifiutare: Papa Ratti, Pio XI°, non era come Francesco, non era un Pontefice itinerante. Il cinegiornale Luce filmava in Vaticano solo i grandi eventi, la firma dei Patti Lateranensi, la visita del Duce ai Sacri Palazzi con Sua Santità, benedicente, assiso sul trono o portato a spalle dai sediari. Forse non sa camminare, credevamo noi bambini, mentre i fedeli vedevano in Lui un uomo ai limiti del divino, il Vicario di Cristo che, in quanto tale, non ha bisogno di viaggiare o di cercare, affacciato a una finestra, l’applauso della folla. Parlare allla radio? Parlare in italiano anziché in latino? Nel 1933 sembrava impossibile, un avvenimento unico, quasi una rivoluzione.

Mamma, per festeggiare il gran giorno ( una domenica mattina ), allestì nel salotto di casa una fila di sedie. Pensava di ricevere il parroco e qualche devota, accolse con sorpresa mezzo paese, donne del vicinato e suore, chierichetti e frati di un vicino convento. Il salotto traboccava di gente, c’erano poche sedie e, in cucina, poco caffè e pochissimi biscotti. Alle 11, dopo un solenne annuncio, ecco la voce di Pio XI°: “Dilettissimi figli”, esordì il Papa, e subito tutti si prostrarono, in ginocchio davanti all’apparecchio radio, ascoltando increduli e commossi il santo discorso. Quando Papa Ratti finì di parlare, molti, fra mille ringraziamenti, si spinsero a baciare la radio, quasi contenesse, oltre alla voce del Pontefice, il Pontefice stesso. A mio padre questo bacio piacque poco: armato di alcool e cotone passò il pomeriggio a pulire dalle sbavature la preziosa Grundig.

LA POLENTA NEL PIATTO, LA NEVE NEL BICCHIERE

Mia madre non aveva latte, i latticelli artificiali erano di là da venire, in farmacia c’era unicamente l’Alimento Mellin. Io, a quel che pare, ero un neonato capriccioso: mi addormentavo soltanto in automobile ( papà, ogni sera, doveva mettere in moto la sua FIAT 509 e fare più volte il giro del paese ), sputavo l’Alimento Mellin, per poppare non volevo una tettarella ma una vera tetta gonfia di latte. Fu così che venni messo a balia. La mia balia, come seppi in seguito, si chiamava Maria Bortolin ed era la moglie del fuochista della cementeria. Abitava in una “casera”, una povera casa contadina col cortile interno, le galline, un recinto per i maiali, le gabbie dei conigli. La valle del Piave, allora, era tutta così: gran miseria, poco lavoro, uomini costretti a emigrare all’estero. Ai neonati, per fortuna, la povertà dei luoghi non interessa, gli basta un bel seno e tanto affetto. Maria aveva entrambe le cose: un seno possente, un fare materno. Famelici, io e il mio fratello di latte ci contendevamo quel vasto seno, e meno male che le tette sono sempre due. Crebbi sano e felice e, anche ad allattamento concluso, continuai a frequentare la famiglia Bortolin, a giocare con i figli di Maria nel cortile di casa. A volte mi fermavo a mangiare da loro. Mangiavano sempre polenta. A colazione una tazza di latte con croste di polenta del giorno prima, raschiate dal paiolo di rame, a pranzo polenta e “tocio” (conserva di pomodoro), a merenda polenta e formaggio, a cena minestra di patate, cicoria e pasta su un soffrittto di lardo e cipolla. La carne, per i Bortolin, era un lusso, il lusso della domenica. Papà Bortolin, la domenica, tirava il collo a un pollo e Maria, dopo aver ben lustrato il legno del tavolo da pranzo, vi piazzava al centro il pollo arrosto con accanto salsicce e patate,“tocchi” di burro, uova sode e fiaschi di vino: poi, a due mani, afferrava il paiolo di polenta fumante e lo rovesciava direttamente sul legno del tavolo in modo da circondare la carne e il resto di quel ben di Dio. A mezzogiorno in punto via, tutti all’assalto, tutti a mangiare in fretta la striscia di polenta che avevano davanti per arrivare primi alla carne e mangiare meglio e di più. La gran “magnata”, di solito, finiva con la frutta di stagione, una mela, le castagne, le fragole dei vicini boschi. Una domenica c’ero anch’io a provare “la polenta ricca” della famiglia Bortolin: avevo quattro anni, ricordo che mi divertii moltissimo, con Giuseppe, il mio fratello di latte, gareggiavo nella conquista della salsiccia. Quello non era mangiare, era il gioco del mangiare.

Nel 1935, con i miei genitori, mi trasferii a Trieste. Papà si era fatto un nome, avevamo trascorso il Natale a Cortina. Rividi i Bortolin a Capodanno, Maria, che per me era una seconda mamma, il piccolo Giuseppe, un amico oltre che un fratello di latte. Giuseppe mi raccontò che il suo regalo di Natale era stato un cestino pieno di arance, arance che venivano dal sud, un frutto allora quasi sconosciuto nella Valle del Piave. Parlando leccava un gelato di sua invenzione, neve pressata in un bicchiere, una neve allegra, rossa perché imbevuta di amarena: “E’ buono”, diceva, “sembra un vero gelato”. A cinque anni, più che capire, si intuisce. Sentii che qualcosa non andava, io che per Natale avevo ricevuto in dono un treno elettrico Marklin. Corsi a casa, presi tutte le automobiline Schüko della mia collezione e le diedi a Giiuseppe. Ci lasciammo con un abbraccio.

Non l’ho più rivisto, non so più nulla dei Bortolin. Li ho cercati, quando andavo a Cortina a sciare mi fermavo apposta a Castellavazzo: “sono emigrati, adesso stanno in Germania”, mi hanno detto i compaesani. Penso spesso, con pena, a quella bella famiglia: non si può essere poveri così, non si può tirare avanti la vita così, rischiando la salute per avitaminosi.

Alla fine del secolo scorso, col Veneto divenuto il “fantastico nord-est”, è rinata anche la valle del Piave. Il centro industriale di Longarone, sorto nel’alveo del grande fiume dopo la tragedia del Vajont, oggi è uno dei distretti più produttivi d’Italia: vedere per credere, qui ci sono modernissime fabbriche, e opifici, falegnamerie, capannoni che sfornano robot ed elementi di componentistica, qui l’occhialeria è la prima del mondo. Non basta. Longarone, a due passi da Castellavazzo, è altresì la capitale mondiale delle macchine da gelato e ospita, ogni anno, una fiera internazionale del gelato industriale e artigianale, una fiera visitata da molte migliaia di persone, europei, americani, cinesi, indiani.

L’ho visitata anch’io: mi è sembrata una giusta vendetta, un risarcimento postumo ai bambini poveri della mia infanzia che mangiavano, al posto del gelato, la neve nel bicchiere.

FISCHIA IL SASSO

A cinque anni mi vestirono da “Figlio della lupa”, a sette da Balilla, prima Balilla moschettiere, poi Balilla tamburino e Balilla trombettiere. Al Duce piacevano i bambini in divisa, così si abituano per tempo, “libro e moschetto fascista perfetto”. Una volta in divisa dovevamo cantare in coro “Fischia il sasso, il nome squilla, è l’intrepido Balilla.” Ma chi era questo Balilla, Balilla chi, Balilla quando? Mussolini, già maestro di scuola, aveva pescato il nome dell’intrepido ragazzo nei libri di storia: era Giovan Battista Perasso detto Balilla che, nel 1746, a Genova occupata dagli austriaci, aveva preso a sassate un ufficiale gridando “che l’inse”, si comincia. Potevamo noi, giovani fascisti, essere da meno? “Mai”, spiegava il Duce, “i bimbi d’Italia son tutti Balilla”, intrepidi e pronti a pugnare, a “credere obbedire combattere”.

Date le premesse, molti penseranno, oggi, che ai Balilla si insegnasse soprattutto a menar le mani, a prendere i nemici a sassate e manganellate. Invece no. Il manganello era d’uso comune al tempo della rivoluzione fascista, nel ‘22: nel 1937, anno XV° dell’era fascista, ai Balilla si chiedeva, sì, di essere coraggiosi, ma anche di essere un esempio di buone maniere. Il sabato fascista, a scuola, era una mattina di mezza vacanza. Studiavamo (senza capire un’acca) un po’di mistica fascista e poi, a memoria, imparavamo i nomi degli eroi del passato, Ettore Fieramosca, Francesco Ferrucci, Pietro Micca, e del risorgimento, Pisacane, i fratelli Bandiera, Garibaldi, Goffredo Mameli. Il maestro, anche lui in camicia nera, ci spronava a leggere dal libro Cuore “La piccola vedetta lombarda” e ”Il tamburino sardo”, ci esortava alla cortesia con le signore, al rispetto con gli anziani, al saluto con i mutilati. Si finiva sempre con l’antica Roma, Giulio Cesare, Scipione l’Africano,“è da loro che discendiamo”e noi, in coro: “ Sole che sorgi libero e giocondo, tu non vedrai nessuna cosa al mondo, maggior di Roma, maggior di Roma”. Alle 11 tutti in cortile, a giocare, alle 13 tutti a tavola, per il “rancio”, un pranzo di tre portate. Non lo crederete ma ci divertivamo.

Quell’anno, il 1937, spiega ogni cosa. L’Italia non era la settima potenza industriale del mondo, era ancora un’Italia contadina. Però, quanti successi: la trasvolata atlantica di Italo Balbo, l’alfetta 158 di Nuvolari, il primato di velocità per idrovolanti di Agello, il Rex, transatlantico dei record, i treni in orario, la bonifica delle paludi pontine, le colonie estive, il pieno impiego e, dulcis in fundo, la conquista dell’Impero. “Roma doma”, esultava Mussolini sproloquiando dal balcone “sui colli fatali”. Il 1936 e il 1937 erano, per il fascismo, gli anni del consenso: a dirlo fu un noto antifascista, il filosofo Benedetto Croce. “Se si fosse votato”, aggiunse Croce, “il Duce avrebbe vinto le elezioni democraticamente”.

Nel ‘38, con la persecuzione degli ebrei e la nascita dell’asse italo-tedesco, le cose cambiarono, ma appena appena, senza sussulti. Chi vestiva la camicia nera aderì, senza quasi fiatare, al nuovo corso del regime, finse di credere che le democrazie “pluto-massone-giudaiche” impersonassero il nemico da combattere, limitò i “mugugni” al chiuso delle stanze di casa. Io, ad esempio, non mi accorsi di nulla: avevo otto anni, non leggevo i quotidiani, ignoravo l’esistenza del periodico “La difesa della razza”di Telesio Interlandi, non conoscevo bambini ebrei. La mia famiglia, dopo un breve soggiorno a Trieste, adesso viveva a Gorizia: papà, direttore di un’importante Società cementifera, si era fatto un nome anche come progettista di fabbriche di cemento e, per l’inaugurazione di una cementeria a Salona d’Isonzo (presenti Mussolini, il segretario del partito Achille Starace, i Federali della Venezia Giulia) non potè rifiutare la nomina a Console onorario della Milizia. Insomma, eravamo una bella famiglia in camicia nera, io con in testa il fez, mio padre nero d’orbace, mamma vestita da Giovane Donna Italiana ( camicetta bianca, gonna e giacca nera con, all’occhiello, il distintivo del fascio ). Lo so, sembravamo ridicoli: ma allora andava così, bere o affogare.

Come Balilla, bevvi tutto, e di gusto: le sfilate, le passeggiate sul Carso a passo di “ marcia”, il salto degli ostacoli, l’arrampicata alle funi, la guerra per finta con i moschetti spianati al grido di “Eia eia Alalà” di cui ignoravamo il significato e l’origine greca. Di buono, da imitare anche oggi, c’era la cura del verde: il 15 ottobre di ogni anno, primo giorno di scuola, noi Balilla goriziani salivamo sul monte Sabotino e, guidati da una guardia forestale, piantavamo un albero. Di brutto c’erano gli ordini di Starace, che ci voleva magri e sportivi, per cui,a pranzo, dovevamo limitare gli spaghetti a 70 grammi a testa. Di pessimo, infine, c’erano le settimanali confessioni del nostro Cappellano militare, un gesuita ossessionato dal sesso. Ci confessava e chiedeva: “Fai mai le brutte cose?”. Io non capivo, ero un buon bambino ingenuo. “Quali cose?”, domandavo. E lui: “Le cose che si fanno da soli, al buio, le cose grosse”. Io, di grosso, conoscevo solo “il bisogno grosso”. Così rispondevo: “Sì, ogni mattina, quando scappa scappa”. Finivo regolarmente in punizione, con tre pater ave e gloria.

Mio padre, un giorno, mi spiegò che c’era moto altro di brutto, la corruzione. Durante il fascismo non occorreva neppure parlare. Vestiti in borghese, con un cappello Borsalino in testa, si chiedeva udienza al funzionario preposto e, dopo il saluto romano, ci si toglieva il cappello mostrando che, all’interno, era zeppo di biglietti da mille. Al funzionario la decisione: se vedeva e  sorrideva, affare fatto.   E sempre senza parlare.

VINCERE ! E VINCEREMO

C’ero anch’io, in piazza, quel 10 giugno 1940. Era un lunedì di gran sole, un giorno di gloria che non avremmo più dimenticato. Infatti, ricordo tutto: la folla in delirio, il canto di “Giovinezza” a voce spiegata, il luccichio delle nostre baionette e dei pugnali sguainati dagli avanguardisti verso il cielo. Ci avevano portati a Trieste da ogni angolo della Venezia Giulia: Balilla, universitari del GUF, fascisti della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, Giovani Italiane e, in orbace, i maggiori dirigenti del partito, il PNF. Accanto a noi c’erano, schierati in lunghe file, reparti dell’ esercito, della marina, dell’aviazione: subito dietro, migliaia di triestini esultanti. Uno spettacolo: la Piazza dell’Unità d’Italia gremita come non mai, il golfo di Trieste con, alla fonda, la nave da guerra “Trieste”, un incrociatore pesante della “Prima Divisione” della Regia Marina che issava, accanto alla bandiera italiana, un vessillo col simbolo di “San Giusto”.

Alle 18 gli altoparlanti dell’EIAR diedero il grande annuncio: Mussolini, in divisa da “primo caporale d’onore della Milizia”, è a Palazzo Venezia, dallo storico balcone pronuncerà tra breve il suo discorso. Ed ecco, solenne, la voce del Duce: “La dichiazione di guerra è già stata consegnata…”, “popol mio, corri alle armi…”, “la parola d’ordine è vincere, e vinceremo”. La folla salutava ogni passaggio con urla di gioia, si gridava “Evviva, bravo”, e poi, tutti insieme: “Sì, noi vinceremo”. Tanto era l’entusiasmo che sembrava quasi ci fosse stato offerta, anziché la guerra, una festa con banchett di gala. Achille Starace, il segretario del partito, la pensava appunto così: “Andare in guerra”, fu il suo commento al termine del discorso, “per me è come mangiare un piatto di maccheroni”. Da allora, anche i gerarchi lo chiamarono “il fesso d’oro”.

A sera, tornando a casa, ascoltai quel che diceva la gente. “Mussolini ha ragione”, diceva, “Con la Francia alle corde, con l’esercito inglese bloccato a Dunkerque, sarà una guerra facile e breve. Ci riprenderemo Nizza e la Savoia, la pace ci regalerà altre colonie in Africa”. Sul treno per Udine e Gorizia solo un anziano dubitava della vittoria: “Le guerre”, ripeteva, “si sa come cominciano, non come finiscono”. Ma i giovani gli davano sulla voce: “Nonno”, dicevano, “questa è la Blitz Krieg , la guerra lampo, non è la guerra del ‘14-’18 !”. Io ero d’accordo. Durante le vacanze di Pasqua, con altri compagni, avevo visitato l’aeroporto militare di Campoformido, vicino a Udine. C’erano 400 biplani Cr-32 e Cr-42, la “Squadriglia degli Assi “: i piloti non si limitavano a volare, facevano il volo dela morte, la danza della morte, la discesa a spirale chiusa, la caduta a foglia morta e mille altre acrobazie al limite dell’impossibile. Noi Balilla li guardavamo a bocca aperta, convinti che, con Assi del genere, la vittoria fosse più che certa.

Al’inizio, infatti, tutto bene. Avevamo molto da fare. Andavamo alla stazione per salutare i soldati in partenza, andammo anche a Pola, per festeggiare il varo di un sottomarino. In città, adesso, ogni caseggiato era controllato da un condomino nominato “Capofabbricato”, e i Balilla erano tenuti ad aiutarlo; scendevamo con lui nelle cantine trasformate in rifugi antiaerei, salivamo di casa in casa per attaccare alle finestre lunghe striscioline di carta, utili contro gli spostamenti d’aria in caso di esplosioni, alla sera eravamo di ronda per accertarci che fosse buio ovunque. La guerra andava alla meno peggio, non era una guerra lampo. Ma i bollettini dell’EIAR, che bisognava ascoltare in piedi, sull’attenti, ci rassicuravano: la Francia si era arresa, l’Inghilterra, martellata dai bombardieri tedeschi, non poteva resistere a lungo. Quando gli Stukas, ripetendo l’impresa di Guernica, spianarono la città di Coventry, Mussolini, che come il poeta D’Annunzio aveva la mania dei neologismi, inventò il verbo “coventryzzare”: anche l’Italia , decise poi, avrebbe affiancato l’alleato germanico nella battaglia aerea contro la “perfida Albione”.

Fu una decisione avventata. Spitfire e Hurrycane da un lato, dall’altro trimotori Fiat 38, una squadra di bimotori “Caproni” e cinquanta biplani da caccia Cr-42: combatterono con valore, ma a caro prezzo. In cielo i nostri aerei erano tecnologicamente inferiori a quelli del nemico, a terra i nostri carri armati, che i soldati chiamavano “scatole di sardine”, non riuscivano a competere con i cingolati inglesi e con le Land Rover a quattro ruote motrici.

Lungi dal finire, intanto, la guerra si apriva a sempre nuovi fronti, l’occupazione della Jugoslavia, la sfortunata campagna di Grecia e, nel ‘41, l’URSS. “Molti nemici molto onore”, aveva detto il Duce, qui però si esagerava. Mandammo in Russia un’intera armata (l’Armir), tre divisioni di alpini, sei di fanteria, reggimenti di cavalleria e camicie nere della Milizia. Il 7 dicembre 1941, con l’attacco a Pearl Harbour, anche gli Stati Uniti parteciparono al conflitto mondiale. Come sempre, noi Balilla ci radunammo a Trieste, in piazza dell’Unità d’Italia. Parlava il Federale, del suo discorso mi è rimasta impressa solo una frase: “L’America non ci fa paura”, esclamò, “è l’unico Paese al mondo che è passato dalla barbarie alla decadenza senza conoscere la civiltà. Sono parole di George Bernard Shaw, un grande poeta irlandese”. Pochi applausi stavolta, battimani senza convinzione. Saranno anche barbari gli Stati Uniti, ma hanno un’ industria bellica di prim’ordine. Noi invece… Appunto, “noi invece”. Nelle case, ormai, ci si guardava intorno smarriti, c’èra già chi consigliava di lasciar perdere lo studio del tedesco, meglio imparare l’inglese, persino i fascisti mugugnavano: perché non abbiamo il radar ?, dov’è il raggio della morte promessoci da Marconi?

Inutili e sterili lamenti mormorati sottovoce. Con la guerra che continua bisogna pur continuare a vivere. Gli anni trascorrono così, in un’alternarsi di speranze e delusioni. A Malta gli incursori della marina compiono un’impresa memorabile: un “maiale d’assalto”, portato al largo dell’isola dal sommergibile Scirè, supera le reti di protezione e si attacca alla chiglia della corazzata Valiant. Il suo pilota, tenente di vascello Durand de la Penne, viene catturato mentre si allontana a nuoto. Non parla, aspetta stoicamente che la corazzata salti in aria. A capo Matapan, in Grecia, la nostra flotta, uscita dal porto di Taranto, subisce un rovescio imprevisto: i radar inglesi l’ hanno individuata a quasi 40 chilometri di distanza, le loro navi ci cannoneggiano mentre noi, senza radar, siamo ciechi e impossibilitati a reagire. In Africa Graziani ha perso la Cirenaica e la decima armata italiana. Ma a Tripoli è giunta l’Africa Korps, Rommel ha ripreso il terreno perduto e, con i carri armati “Tigre”, punta deciso su Alessandria d’Egitto. In Russia i tedeschi sono all’offensiva, vogliono raggiungere Stalingrado e impadronirsi dei pozzi petroliferi di Baku. I sovietici resistono, contrattaccano, cercano di tenere la linea del fronte fino all’autunno inoltrato, con la neve sanno di poter contare sul Generale Inverno. Queste le notizie del ‘41, dei primi sei mesi del’42. Incollati alle radio, gli italiani ascoltano e si domandano: “Come andrà a finire? Quanto durerà ancora?”.

Palermo, Napoli, Milano, Genova, sono da mesi sotto le bombe, i quadrimotori alleati – finora – hanno risparmiato Trieste (sarà bombardata nel 1944). A metà giugno, per le vacanze estive, io e i miei genitori andammo ad Abbazia, in Istria, la Portofino dell’Adriatico. L’Istria era ed è bella di una bellezza struggente, mare verde-azzurro, isole e isolette, porticcioli con, in piazza, il leone di San Marco, le montagne dell’Illiria sullo sfondo. L’Istria mi è rimasta nel cuore, e così la Dalmazia, giù giù fino a Zara, a Spalato, a Ragusa (in croato Dubrovnik) la città che ha dato i natali a Niccolò Tommaseo, autore del primo dizionario della lingua italiana. Volutamente, non sono più tornato in Istria, solo i triestini possono capire perché.

Ottobre, nel ‘42, portò notizie drammatiche, la sconfitta di Rommel ad El Alamein, una battaglia in cui caddero, oltre a molti tedeschi, i nostri migliori soldati, quasi tutti i parà della Folgore, migliaia di artiglieri e carristi della divisione corazzata Ariete. Africa addio per sempre, e pensare che il Duce voleva entrare ad Alessandria d’Egitto su un cavallo bianco, brandendo la spada dell’Islam! Non basta: a Stalingrado il Maresciallo Zukov avevacircondato la sesta armata del generale tedesco Paulus, sul Don i russi avevano chiuso in una sacca gli alpini italiani. Per i tedeschi fu il prologo della fine, si arresero nel gennaio del ‘43. Gli alpini, con il coraggio della disperazione, riuscirono invece ad aprirsi un varco nella sacca sovietica: si ritirarono a piedi, camminando nella neve alta al ginocchio, con il freddo a meno 30, una marcia allucinante di centinaia di miglia.

In dicembre, alla stazione di Udine, ho assistito al ritorno della Julia, o di quel che ne restava. Ero in divisa da Balilla, sventolavo bandierine tricolori insieme ai miei compagni. Con noi c’erano gerarchi fascisti, crocerossine cariche di pacchi dono, alti ufficiali e soldati della Sanità. Una banda dell’esercito salutò, con musiche marziali, l’arrivo del treno, noi gridavamo “bravi, evviva”: ma gli alpini che scesero erano pochi, magrissimi, in pessime condizioni di salute. Rimanemmo tutti in silenzio, qualcuno piangeva, turbato. Gli alpini avevano fretta, volevano riabbracciare le famiglie, lassù, in Carnia: si fece a gara per accompagnarli nei paesi di provenienza con auto private, taxì, una corriera requisita dalle Forze armate. A Udine, in stazione, rimasero un centinaio di alpini: abitavano in campagna, oltre le doline del Carso, aspettavano una coincidenza. Li ospitammo nelle sale d’attesa, ben riscaldate, dalla vicina osteria arrivarono pane e salame, una zuppa calda, fiaschi di vino. I soldati mangiavano taciturni, solo qualcuno, alla fine, cominciò a raccontare. Racconti terribili. Divise di lanetta, un misto di lana e cotone, scarponi di mezzo cuoio con le cuciture malfatte che lasciavano passare il freddo, l’acqua, la neve. Meno 25, meno 30, un freddo che chi non lo prova non lo immagina. Di notte, col gelo, bisognava tener accesi i motori dei camion, altrimenti, al mattino, non ripartivano. La benzina? Poca, e quella poca la prendevano per primi i tedeschi. Senza benzina addio camion, i motori erano blocchi di ghiaccio. E ancora: “Le signore presenti ci scusino, ma noi, ogni mattina, dovevamo pisciare sugli otturatori dei fucili, nei cannelli delle mitragliarici, erano così gelati che non si sbloccavano. E infine: “La ritirata? E’ lì che molti sono morti. I bollettini parlano, per le nostre tre divisioni, di 26 mila caduti in combattimento e di 60 mila dispersi. Non sono dispersi, sono quasi tutti morti congelati. Abbiamo caminato per giornate intere, non contavano più i gradi, stavamo abbracciati l’uno all’altro per scaldarci, per non cadere. Chi cadeva era spacciato, cercavamo di tirarlo su, di adagiarlo sulle barelle che servivano anche come slitte, andavamo avanti, sempre avanti, finché non vedevamo le luci di un villaggio. Ci hanno salvato i contadini russi: nelle case, le isbe, avevano il camino acceso, ci davano una minestra calda e un po’di wodka, eravamo così stanchi che ci addormentavamo subito, senza neppure sentire i lamenti dei compagni feriti, congelati, moribondi. E’un miracolo se adesso siamo quì, a baita”.

Eravamo in tanti ad ascoltare la storia dei nostri alpini in Russia, la sala d’attesa si era riempita di civili, uomini, donne in lacrime, gente di Udine e del contado. Non sapevamo cosa dire se non “poveretti, coraggio, è finita”. Nel cuore, però, sentivamo che quella non era stata solo la storia di una drammatica campagna bellica, era stata una precisa denuncia contro il Regime, contro i molti profittatori del Regime, contro gli alti Comandi che, a Roma, avevano giocato con la pelle della povera gente. I gerarchi fascisti, infatti, uscirono per primi, scuri in volto. I giorni che seguirono furono, anche per me, giorni amari, di grande delusione. Non mi andava più di vestirmi da Balilla, mi avevano ingannato, cominciai a disertare il sabato fascista. Sabato, al mattino, “facevo sega” a scuola e, con altri Balilla “disertori”, andavo a giocare a calcetto in un campo di periferia. Al pomeriggio tutti al cinema. C’erano molti film da vedere, “Luciano Serra pilota”, “la Corona di ferro”, e, a colori, “Biancaneve e i sette nani”, un capolavoro. Ma il meglio doveva ancora arrivare, un film vietato ai minori: il titolo, “la Cena delle beffe”, non ci diceva nulla, ce ne fregavamo del regista, Alessandro Blasetti, dell’autore, Sem Benelli, di Amedeo Nazzari e del suo celebre “Chi non beve con me peste lo colga”. Quel che ci interessava era una scena proibita, un seno nudo. A 12 anni, con le prime pulsioni sessuali, sono cose che capitano. Dai e dai, un pomeriggio riuscimmo a sgattaiolare nella sala cinematografica e ci restammo fino all’ultimo spettacolo: Clara Calamai con le tette al vento, che meraviglia, che scandalo, che ficata diremmo oggi! All’uscita avevamo gli occhi a palla.

A scuola, intanto, la mia assenza era stata notata e stigmatizzata: il fascio ci mandò a cercare, una pattuglia di Balilla disciplinati a caccia del nostro gruppo di Balilla lavativi. Fu come giocare a guardia e ladri. Corse e inseguimenti nelle vie cittadine, soste nei vicoli, nascondigli nelle chiese, nei Cobianchi (i gabinetti pubblici), nel convento amico dei frati francescani.La pagammo con uno zero in condotta.

Non ebbi il tempo di preoccuparmi, a casa trovai mia madre sconvolta: papà, inviato dal Governo a Lubiana per progettare e costruire nuovi stabilimenti di cemento, era stato catturato dai partigiani slavi nella Selva di Tarnova, mentre rientrava a Trieste. Trascorremmo il febbraio 1943 in grande angoscia. Partigiani, ma quali partigiani? Nei Balcani si poteva scegliere: monarchici del generale Mihailovic, nazionalisti Cetnici, comunisti di Tito, combattevano contro italiani e tedeschi e si scannavano tra loro, animati da odi atavici. Gli Ustascia Croati stavano con Hitler non per ragioni idelogiche, solo perchè odiavano i Serbi. I Serbi odiavano i Bosniaci, i Croati e i Kossovari. I Kossovari andavano per le spicce, odiavano i cattolici e gli ortodossi, poco importa se Serbi, Croati o Sloveni. In marzo, per fortuna, mio padre tornò a casa sano e salvo, la Società per cui lavorava aveva pagato il riscatto. Ci raccontò che i partigiani, una banda di “titini”, liberandolo gli avevano detto: “Trieste è nostra, sarà nostra tra poco. Informa i tuoi amici fascisti”. Oltre a pagare il riscatto, la Società aveva disposto il trasferimento di papà a Milano, servivano ingegneri esperti di cemento e cemento armato, bisognava fortificare le coste siciliane, si temeva un tentativo di sbarco americano nell’isola. Lasciai la Venezia Giulia con un senso di colpa: all’aeroporto di Campoformido i biplani superstiti erano quattro, a Pola gli operai fabbricavano siluri per navi che non navigavano più, dei 115 sommergibili italiani 70 erano già in fondo al mare.

Milano non sembrava più la stessa. Il Teatro alla Scala bombardato, interi quartieri distrutti, sacchi di sabbia a protezione dei rifugi e delle case, sirene d’allarme ogni sera. Mussolini coniava sempre nuove parole d’ordine alle quali, probabilmente, non credeva neanche lui. Sul paventato sbarco americano in Sicilia: “Li fermeremo sul bagnasciuga”. Sull’andamento della guerra: “In primavera viene il bello”. I giornali, ormai, riportavano le sue parole con velata ironia.“In primavera viene il bello”, pubblicarono ad esempio. Ma sotto, una foto con didascalia allusiva diceva: “E’ arrivato il nuovo ambasciatore giapponese”, un diplomatico brutto che più brutto non si può. Allora si rideva con poco: chi poteva, in realtà, aspettava la buona stagione per mandare la famiglia in campagna o sui monti, comunque lontana dalle bombe. Era la cosa giusta da fare: a metà giugno, infatti, papà ci spedì, io e la mamma, in Piemonte, a casa della nonna Marianna.

LA CIMICE ALL’OCCHIELLO

Alassio, albergo con vista mare, due settimane di bagni e aria buona. Guerra o non guerra, è lì che andammo alla fine di luglio del ‘43. Dal Monferrato alla Liguria, con la Lancia Astura di famiglia, poco più di una passeggiata. L’aveva deciso papà,“cambiare aria vi farà bene”, aveva detto a me e alla mamma. Mio padre, in realtà, non sapeva nuotare, amava il mare solo perché era ghiotto di pesce di mare. Allora non c’erano i camion frigorifero, chi viveva nelle città della pianura padana poteva al massimo mangiare pesce di lago o di fiume, trote anziché spigole triglie e croccanti fritti misti. A Torino e a Milano come in Austria: “forelle” e basta. “Genova per noi, che stiamo in fondo alla campagna”, scriverà un giorno Paolo Conte: ecco, era appunto una cosa così.

Partimmo per Alassio con le valigie colme di costumi da bagno, sandali, cappellini antisole e creme abbronzanti. Io nuotavo benissimo, mia madre, tra le onde, si rinfrescava galleggiando a malapena. Fu una bella vacanza, quindici giorni tranquilli, senza sirene d’allarme, senza bombe. La mattina del 26 luglio, un lunedì, sorprese i miei genitori ancora a letto. Io, invece, mi ero svegliato presto, avevo conosciuto in spiaggia molti ragazzi, volevo raggiungerli. Mi trattenne la vista di un signore di mezz’età, accaldato e scamiciato, che chiamava a gran voce “Giovanni!” dal marciapiede antistante l’albergo: “Giovanni!”, chiamava. E di nuovo: “Sveglia, Giovanni!”. Alla fine, con gli occhi cisposi di sonno, Giovanni si affacciò alla finestra: “Che c’è? Che vuoi”, chiese all’amico. E l’altro: “Alzati e scendi nella hall. E’successo un quarantotto! Mussolini è caduto”.

Ne seguì un dialogo quasi surreale. Giovanni: “Caduto come? Si è fatto male?”. L’amico: “L’hanno buttato giù!”. Giovanni: “Quindi si è fatto male”. L’amico: “Ma no, nooo! Scendi e ascolta la radio! E’ stato un Colpo di Stato”. Giovanni: “E LUI?”. L’amico: “Niente. E’ salito in macchina a Palazzo Venezia ed è tornato a casa”. Giovanni: “E i Moschettieri del Duce?”. L’amico (in tono ironico): “Si vede che mancava D’Artagnan. Niente neanche loro”. Giovanni: “E la Milizia? E i fascisti?”.L’amico: “Scomparsi”.

La hall dell’albergo, intanto, si era affollata, chi in pigiama, chi in vestaglia, chi vestito alla buona, i capelli arruffati e la barba lunga. Alla radio un annunciatore, con la voce solenne e un po’ funerea delle grandi occasioni, ripeteva più volte il comunicato ufficiale: “Attenzione! Attenzione! Sua Maestà ha accettato le dimissioni del cavalier Benito Mussolini… e ha nominato Capo del governo il cavaliere Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio… La guerra continua…”. Una notizia bomba. I commenti dei villeggianti in ascolto andavano dall’incredulità allo stupore: “noi non sapevamo niente”, mormoravano alcuni, e altri: ”Mussolini che si dimette? La guerra che continua? Qui non ce la contano giusta”.

Era tutto vero. Alle 23,15 di domenica 25 il giornale radio aveva già anticipato l’accaduto, ma senza troppi particolari. “Siamo in villeggiatura”, si difendevano i clienti dell’albergo.”Ieri sera, domenica, non stavamo certo incollati alla radio, eravamo a cena, a ballare, a passeggiare in riva al mare”. Toccò a me correre all’edicola più vicina per comprare i giornali. Titoloni a caratteri di scatola, “Il gran Consiglio del Fascismo…l’ordine del giorno Grandi…sono le 3 di notte del 25 luglio, anche Galeazzo Ciano vota contro il suocero…”. E poi, in tumultuoso crescendo: “Alle 17 del 25 luglio il Duce è a Villa Savoia, dal Re…esce e viene arrestato…”. “La guerra continua”, dice il nuovo Capo del Governo Pietro Badoglio.

I quotidiani passano di mano in mano, vengono letti e riletti, nessuno sa cosa dire, tutti vogliono dire qualcosa. “Quel Ciano, però, uno che baciava i piedi a Mussolini…”, osserva uno. E un altro: “Il Re che arresta il Duce a casa sua! Non si può, l’ospite è sacro!”. Un noto avvocato milanese a mio padre: “Voi che state zitto, avete forse qualche rimpianto?”. Papà al noto avvocato: “Ma cosa dovrei rimpiangere? Iscriversi al Partito era obbligatorio, siamo tutti nella stessa barca. Piuttosto, basta col voi, riprendiamo a darci del lei, adesso”.

Adesso, già, adesso. Gli ospiti dell’albergo sono attanagliati dai dubbi: che fare? come comportarsi? Torno di nuovo utile io, sono un ragazzo, devo andare in centro, osservare, rientrare e riferire.

Al mio rientro assicuro i villeggianti in trepida attesa che ad Alassio regna la calma, la Casa del Fascio è chiusa e deserta, solo in piazza c’è animazione, universitari che brindano alla salute del Re, un gruppo di scalmanati che sventolano il tricolore e una bandiera rossa gridando “Abbasso il fascismo, abbasso Mussolini”. Il noto avvocato non sembra persuaso: “E i fascisti? Io li conosco”, spiega, “Quelli sono capaci di rifarsi vivi, e in forze”.

L’albergo è un vespaio impazzito: riunioni, conciliaboli, capannelli di clienti perplessi. Alla fine, la decisione che mette tutti d’accordo: siamo in vacanza, comportiamoci da spensierati vacanzieri, una camicia sportiva, quattro passi in centro, un gelato e via. “E se quelli tornano?”. Calma, niente paura, all’occhiello della camicia mettiamo la “cimice” (così, per sfregio, veniva chiamato il distintivo del PNF) e siamo a posto. Se invece non tornano copriamo la “cimice” con un fiore, magari rosso. Per la terza volta fui costretto a correre in centro, stavolta dal fioraio, per comprare un mazzo di garofani. “Bravo Sandrino”, mi ringraziarono in coro. A mezzogiorno, l’uscita in massa: mariti e mogli a braccetto, sereni e disinvolti come se nulla fosse successo, molti con un garofano rosso a nascondere la “cimice”, qualcuno (e tra questi mio padre) con la camicia aperta alla Robespierre, senza simboli di sorta. Quella passeggiata “dimostrativa” segnò la fine della nostra vacanza ad Alassio: il giorno dopo partenza generale, meglio tornare in città e sentire l’aria che tira.

Ripensando ai giorni del 25 luglio e dintorni, vorrei che Dalla e De Gregori avessero composto allora la canzone “Viva l’Italia”: là dove dice “è l’Italia del valzer, l’Italia che non muore”, questa canzone rispecchia perfettamente l’arte di arrangiarsi di tanti, troppi connazionali.

DITTATORE SI’, DITTATORE FORSE

Certe discussioni si possono ascoltare solo in provincia. Nelle piccole città la vita scorre lenta, c’è più tempo per pensare, per conversare, per filosofare. A me è capitato di assistere ad un furibondo dibattito sul Duce: era o non era un dittatore? E se sì, era un un mezzo dittatore, un dittatore all’italiana? Accadde al Caffè Centrale di Casale Monferrato, nell’agosto 1943: faceva un caldo bestia, io e mio padre sedevamo a un tavolo d’angolo sorseggiando una granita di caffè. A un tratto, ecco due voci accalorate. “Ti dico che non era un dittatore”, diceva uno. E l’altro, irridente: “Sicuro, era Babbo Natale!” La discussione si protrasse a lungo, ci avvicinammo per sentire meglio. “Sono due professori di liceo in pensione”, ci aveva informato un cameriere. “Si spacciano per intellettuali, litigano e poi si riappacificano”. Queste le tesi contrapposte.

Primo professore: “Il 25 luglio è la chiave per capire che ho ragione. Dunque, il Gran Consiglio del fascismo depone Mussolini, e lui che fa? Va a casa, si mette in borghese e corre dal Re, a Villa Ada, per presentargli le sue dimissioni. Ma dico, l’avrebbe mai fatto Hitler, Stalin, Francisco Franco? Un dittatore non presenta le dimissioni, se le presenta non è un dittatore, è un normale Primo Ministro”. Secondo professore: “Vogliamo scherzare? Il Duce è l’uomo che ha soppresso i partiti, ha mandato in galera o in esilio gli oppositori, si è alleato con la Germania e ci ha trascinato in guerra. Era lui a comandare, eccome se comandava!” Primo professore: “Lo sanno tutti che un Re regna ma non governa. Mussolini comandava, è vero, ma a trarne vantaggio è stato Vittorio Emanuele III° che, da Re d’Italia è diventato Re d’Italia e d’Albania, Imperatore d’Etiopia”. Secondo professore: “Stiamo scherzando? Il Re è stato un burattino nelle mani del Duce, il Duce lo ha convinto a firmare le leggi razziali, lo ha costretto ad entrare in guerra”. Primo professore: “Balle! Il Re era pur sempre il Capo dello Stato. Nel ‘22, dopo la marcia su Roma, ha nominato Mussolini Primo ministro e Mussolini, fino al ‘26, ha guidato un governo di coalizione con i liberali, i nazionalisti, i popolari di Don Sturzo. E’ diventato Duce in seguito al delitto Matteotti, e il Re che ha fatto? Niente”. Secondo professore: “Basta. Dire Duce equivale a dire dittatore”. Primo professore: “Sì, un dittatore che voleva ritirarsi a vita privata, tornare a Predappio, vivere a casa sua, alla Rocca delle Caminate”.

I litiganti rimasero ciascuno della propria opinione, uscirono dal caffè insultandosi affabilmente, tu sei il solito azzeccagarbugli, e tu il solito bastian contrario. Ma, tra gli avventori, avevano seminato un dubbio tuttora irrisolto. Passeggiando sotto i portici, come usa in provincia, nelle piccole città del nord, molti continuarono a strologare: dittatore sì, dittatore forse? La conclusione generale fu che il nostro era stato un dittatore all’italiana. Non siamo un Paese serio, non ci siamo meritati neppure un serio dittatore.

8 SETTEMBRE 1943

Per la mia generazione l’8 settembre 1943 fu un giorno di vergogna senza uguali. Oggi la radio e le televisioni ricordano quell’8 settembre come il giorno in cui, con l’armistizio, ebbe inizio la Resistenza e la Lotta di Liberazione contro il tedesco invasore. Ma sì, forse è meglio così, è meglio dimenticare. Oltre tutto è facile : una mano di biacca sul corso della storia, qualche bugia a titolo consolatorio e via, il gioco è fatto, non è successo niente, bando alle tristezze, in fondo si tratta di cose vecchie, di acqua che non macina più. Ne ho fatto la prova io stesso : i miei figli, se gliene parlo, sbuffano annoiati, i nipoti alzano gli occhi al cielo e “chattano” sui loro telefonini, i giovani, in generale, non vogliono sapere. Nel disinteresse delle nuove generazioni, nella comune voglia di buttarsi il passato alle spalle, gioca molto un equivoco : che per noi vecchi la “vergogna” sia stata la dichiarazione di armistizio. Non è così. L’armistizio era un dato acquisito, avevamo perso la guerra, gli americani ce l’avevano detto con chiarezza, alla loro maniera, bombardando il quartiere romano di San Lorenzo il 19 luglio : un bombardamento alle 11,30 del mattino senza un colpo di contraerea,senza che si levasse in volo un solo caccia italiano, era più di un attacco aereo, era un avvertimento : “arrendetevi, non siete in grado di difendervi”. Infatti. Una settimana dopo, il 24, il Gran Consiglio del Fascismo depose Mussolini, il 25 il Re lo fece arrestare e lo sostituì con Pietro Badoglio. “La guerra continua”, proclamò Badoglio. A Cassibile, frattanto, italiani e alleati studiavano i termini dell’armistizio mentre i tedeschi, in un Paese incapace di tenersi un cecio in bocca, erano al corrente di ogni cosa. Dell’8 settembre si sa tutto, inutile dilungarsi oltre. Se n’è occupato il cinema (“Tutti a casa”, di Luigi Zampa), ne hanno scritto giornalisti e storici (“Apocalisse italiana”, di Silvio Bertoldi). Ma in Italia si legge poco e poi,stando alle profetiche parole di Mario Missiroli “da noi nulla è così inedito quanto ciò che è già stato pubblicato”. Sia come sia, non sarò certo io, allora imberbe tredicenne, a parlarvi ancora dell’8 settembre. Mi limito a raccontarvi del 9 settembre: al risveglio la radio ci informò che se n’erano andati tutti, il Re, la famiglia Reale, i Ministri, i generali, i direttori e i vicedirettori generali, insomma chiunque avesse una qualsiasi responsabilità. Erano scappati verso il Sud, già occupato/liberato dagli americani. Fu una fuga vergognosa. Ricordo il viso di mio padre,dei suoi amici,dei cittadini che si riunivano nelle piazze dei paesi e delle città : ripetevano tutti”Vergogna”, una cosa simile non si era mai vista, soldati lasciati senza ordini, un intero popolo abbandonato a sè stesso. Molti imprecavano, qualcuno piangeva, nessuno sapeva che cosa fare, nessuno, in quel momento, pensava di dover salire in montagna da partigiano. Intanto, ecco arrivare i tedeschi : erano partiti subito dopo l’annuncio dell’armistizio, da Vienna e da Monaco di Baviera, in treno. Avevano attraversato i confini incustoditi di Tarvisio e del Brennero, avevano occupato l’Italia in men che non si dica. Se incontravano i nostri soldati che, in borghese, cercavano di andare a casa, sputavano per terra, gli gridavano “vigliacchi”, li radunavano come bestie costringedoli a viaggiare su vagoni piombati,nuovi lavoratori forzati del Terzo Reich. Basta.Sono episodi che fanno male, chi c’era ricorda con rabbia. Chiudo con una riflessione personale.A Maurizio Costanzo, che chiedeva “cosa c’è dietro l’angolo”, sento che io avrei risposto “c’è l’8 settembre, ancora e sempre l’8 settembre”. Abbiano una classe politica mediocre, la schiena dritta è privilegio di pochi. Alla mala parata, penso, molti sono tuttora pronti a “scappare”: “scappare” in senso figurato, naturalmente, cioè defilarsi, sottrarsi alle proprie responsabilità, dire come le tre scimmiette “non c’ero, e se c’ero dormivo”. Spero di non essere troppo pessimista. Temo di essere realista.

16 OTTOBRE: AL GHETTO COL “BUON” NAZISTA

Questo non è un mio ricordo, è un ricordo di mia moglie Franca. Me l’ha raccontato tante volte che ormai lo sento come mio. Franca è nata a Bologna ma ha vissuto sempre a Roma. Sabato 16 ottobre 1943 era, per lei, il secondo giorno di scuola, aveva dodici anni, studiava in un Istituto di suore in Piazza Bocca della Verità. Dal centro, per andare a scuola, prendeva ogni mattina un tram in via del Corso: scendeva alla fermata di Piazza Venezia, percorreva a piedi il primo tratto di via del Teatro di Marcello, poi svoltava a destra in via Montanara. Da Piazza Lovatelli il tragitto era breve: bastava attraversare il Ghetto per arrivare all’Istituto scolastico di Piazza Bocca della Verità.

Ma lascio la parola a Franca. Ecco il suo racconto. “Quella mattina il Ghetto era deserto, neppure il piccolo negozio di dolciumi ebraici aveva alzato la saracinesca. All’improvviso, un soldato tedesco uscì da un portone e mi acciuffò per le spalle. Gridava, io non capivo, capii quando, in uno stentato italiano, disse poche parole. Voleva sapere chi ero, dove andavo e perché. Spaventata, risposi che andavo a scuola, dalle suore. “Tu cattolica?”, chiese il soldato. Per convincerlo aprii la cartella, gli mostrai libri e quaderni, catechismo compreso.“Tu cattolica, allora tu prega”, ordinò il tedesco, con l’aria di chi vuol prenderti in fallo. Tremavo di paura, recitai il Padre Nostro e l’Ave Maria. Subito il soldato cambiò faccia e modo d’agire. Sorridendo mi disse: “Tu brava bambina, noi amici.” Poi aggiunse: “Adesso io accompagnare te a scuola”. Ci incamminammo in via del Portico d’Ottavia: sembrava diventato un altro uomo, era gentile, quasi affettuoso. “Anch’io papà”, mi spiegò. “A casa io papà di due bambine, più piccole”. Parlava e parlava, cercava di farsi capire. Si informava sui miei studi, sulla mia famiglia, mi offrì una caramella, per scendere due gradini mi prese la mano. Quando arrivammo davanti all’Istituto scolastico, volle suonare lui il campanello. Si presentò alla suora che aprì la porta con un devoto Gruss Gott: “Io accompagnato vostra scolara”, disse, e se ne andò solo dopo che la suora mi fece entrare sgridandomi perché ero in ritardo.” Il racconto di mia moglie finisce qui.

Di quel terribile giorno, lo “shabat” ebraico, oggi sappiamo tutto. Fra le 5 del mattino e le 14, un battaglione di SS della Gestapo entrò nel Ghetto e catturò tutti gli abitanti, 1259 persone. Precisi come sempre, i tedeschi divisero i prigionieri in tre gruppi, 689 donne, 363 uomini, 207 bambini e bambine. Più tardi, in via Tasso, separarono gli ebrei, 1023, dai “mischlinge”, stranieri o italiani di razza mista. Alla stazione Tiburtina era già pronto un treno: i 1023 “italiani di razza ebraica” furono rinchiusi in vagoni piombati e portati ad Auschwitz. “Rallegramenti”, telegrafò Kaltenbrunner al tenente colonnelo Herbert Kappler, “un rastrellamento ben riuscito”. A guerra conclusa tornarono a Roma soltanto 16 ebrei.

Sappiamo tutto, ma io e mia moglie continuiamo ancor oggi a farci la stessa difficile domanda: come può un uomo trasformarsi da lupo in agnello? Un’ideologia, accettata acriticamente, basta a spiegare tanta brutalità e, a distanza di minuti, tanta normalità di comportamento? E’ mai possibile trattare con ferocia un bambino ebreo, con affetto una bambina cattolica? Hannah Arendt ha scritto “La banalità del male” e pensa che sì, è possibile, il dottor Jekill convive spesso con Mr. Hide. L’animo umano è insondabile, non ci si conosce mai a fondo. Di diverso avviso un nostro amico ebreo, uomo di vasta cultura, già Presidente della Comunità Israelitica romana. Gli abbiamo raccontato la storia di Franca bambina nel Ghetto. Ha ascoltato con curiosità mista a incredulità. “Noi ebrei”, ci ha confidato “ne abbiamo viste tante, siamo diffidenti. Forse quel nazista, fingendosi amico, voleva solo essere sicuro di non aver salvato un’ebrea che si spacciava per cristiana”.

Personalmente, non so dire chi ha ragione e chi torto.

UN EROE DEI NOSTRI TEMPI

Era in divisa. Bagnato fradicio, bussò alla nostra porta che faceva già buio. Fu mia nonna a aprirgli. “Oh-s-signur !, disse in dialetto piemontese, “ma l’è un ufficiale del regio esercito, entri, entri pure nè, che fuori piove, benvenuto !” L’ufficiale, tra uno sbatter di tacchi e un baciamano, si presentò: “Sono il Conte Carlo Sartori, colonnello, terzo reggimento granatieri, divisione Acqui. Vi chiedo ospitalità per la notte, domani voglio raggiungere i partigiani, con loro, boia faus, faremo vedere ai tedeschi chi sono i soldati italiani !” Io, allora imberbe tredicenne, avevo intanto raggiunto la nonna in anticamera, e subito dopo ecco apparire festosi i miei genitori, la cugina Carlotta, l’autista Beppe, le cameriere Pierina e Fausta. Il Conte colonnello non poteva sperare in un’accoglienza migliore. Papà : “Così si fa, bravo, bisogna andare in montagna !” Mamma: “Mangi qualcosa con noi, caro colonnello”. E alla domestica : “Pierina, aiuta il nostro ospite a togliersi la giacca, va asciugata e stirata”. Sartori: “Signora, troppo gentile nè, mi basta un po’ di brodo”. Noi, tutti insieme: “La cena è pronta, sono quasi le otto, a tavola!” A cena, l’aspirante eroe partigiano non si accontentò di una tazza di brodo. Come usa nelle famiglie della borghesia piemontese, mangiò antipasto, minestra coi “plin”, arrosto di vitello con due verdure e un “bunet”, il dolce alla crema “che fa buona la bocca”. In campagna, anche in quei tristi giorni dell’autunno 1943, il mangiare non mancava: a volte, anzi, ce n’era troppo e, complice l’assenza di ghiacciaie e frigoriferi, bisognava sbrigarsi e pulire i piatti a costo di indigestione. Lieto di tanta abbondanza, il Conte, dopo cena, si abbandonò ai conversari del momento: l’8 settembre, l’armistizio senza ordini ai comandi militari, i soldati che indossano abiti borghesi e vanno a casa, l’arrivo dei tedeschi… La nonna: “Povera Italia!”. La mamma: “Dove mai andremo a finire!” Mio padre: “Ma la resa no, mai!” Sartori: “Infatti, mai. Ho lasciato la caserma perchè il dovere mi chiama lassù, sui monti. Parto domattina all’alba”.

Non partì. Continuava a piovere, la nonna, che l’avevo preso in simpatia (“capirai, un Conte”) , lo persuase a rimandare la partenza, giorno più giorno meno… Il fatto è che non si trattava di giorni. A novembre tornò Mussolini con la Repubblica sociale (“Povera Italia, dove mai andremo a finire”) , meglio rimandare ancora, se non altro per chiarirsi le idee. A dicembre, la neve e un freddo birbone convinsero il colonnello ad un terzo rimando. Ci diceva: “Sono fascisti, sì, ma come italiano non so se me la sento di sparare su altri italiani”. Morale: rimase a casa della nonna, gradito ospite, fino al 24 aprile 1945.

Gradito, per la verità, è dir poco. Il Conte, come ospite, non aveva uguali. Buon parlatore dal fine accento torinese, barzellettiere inesauribile, giocatore spericolato (a bridge, a poker, a ramino, a scopone) esperto nell’arte degli scacchi e nella soluzione dei cruciverba, Sartori era, in anni di coprifuoco, il compagno ideale delle tante, troppe serate trascorse in salotto. In paese, dopo qualche mese, ce lo invidiavano tutti. In casa, dopo poche settimane, lo chiamavamo tutti Carlo, eccezion fatta per la servitù. Capire le ragioni di questa impensata amicizia ha senso solo riandando con la memoria ai seicento giorni della RSI e a come furono vissuti nelle colline dell’alto e basso Monferrato, dove abitava la nonna, dove io e i miei genitori ci eravamo rifugiati nell’estate del ’43 per sfuggire alle bombe che i quadrimotori alleati sganciavano sulle grandi città. Quel che mi viene in mente oggi – a quasi 90 anni – sono i ricordi del ragazzo che ero: nulla di storicamente rilevante (al Monferrato, per nostra fortuna, vennero risparmiate le stragi e gli eccidi di cui ai libri sulla Resistenza), solo cose viste, fatti e fatterelli realmete accaduti, briciole della guerra civile che, nell’incoscienza della gioventù, ha il sapore acre dell’avventura. Ricordo, in ordine cronologico, l’arrivo in paese, subito dopo l’armistizio, di un centinaio di soldati italiani, armati e ancora in divisa. Tutti fecero a gara nel dar loro cibo e un letto in lontani cascinali. Noi giovani li guardavamo come altrettanti eroi, pronti a battersi contro i nazisti. A novembre, col freddo, tornarono invece in città, a Casale Monferrato, e si arruolarono nella neonata “Guardia Nazionale Repubblicana” di Mussolini. “Poveretti”, disse mio padre,” che altro potevano fare ! Erano meridionali, pugliesi, calabresi, siciliani, avevano casa oltre la linea del fuoco. Si sono consegnati ai fascisti senza essere fascisti, per assicurarsi due pasti al giorno e un tetto sulla testa”. Partiti i soldati fu la volta degli ebrei: famiglie al gran completo, con valigie e sacchi da montagna, in marcia per la Svizzera . Anche gli ebrei vennero accolti bene: e non perchè “italiani brava gente”, solo perchè, nel Monferrato, molti non avevano mai conosciuto un ebreo. L’ingegner Morpurgo, milanese, rimase a casa nostra una settimana: ci ringraziava, ripeteva perplesso che i campi di lavoro allestiti dai nazisti in Germania non avevano senso. “Io ho i capelli bianchi, i miei bambini hanno 6 e 4 anni”, diceva, “che lavoro dovremmo fare ?” Anche lui, come noi, ignorava la realtà dei campi di sterminio. Alla fine arrivarono i partigiani, operai, impiegati, insegnanti, quasi sempre uomini di una certa età, a volte addirittura anziani canuti e malfermi in salute, tutti anti-fascisti d'”antan” che nel ventennio, per lavorare, si erano piegati alla dittatura salvo poi, nel breve periodo del Governo Badoglio, inveire pubblicamente contro il Duce. Col ritorno di Mussolini – lo sapevano bene – sarebbero stati i primi ad essere arrestati. Arrivarono, giusto il tempo di mangiare qualcosa, ripartirono cercando rifugio nei boschi dell’alto Monferrato. Alla fine – buoni ultimi – ecco salire in paese quattro giovanotti della “Guardia Nazionale Repubblicana” : venivano a sostituire i reali carabinieri e ad imporre il nuovo ordine fascista. Con loro la vita riprese il suo abituale ” tran-tran”, fra mille spaventi, mille limitazioni e qualche morto ammazzato. Fu una vita sgangherata, una vita in bicicletta. Mio padre, ingegnere, era l’unico a possedere un’automobile, una Lancia Astura che, in mancanza di benzina, andava a carbonella.

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Il Comando di Casale lo arruolò subito nell’organizzazione tedesca del lavoro, la Todt, col compito di dirigere lo stabilimento di cemento che sorgeva ai piedi del paese, a Ozzano Monferrato. Sembrava un incarico ingrato, si rivelò una fortuna: perchè gli operai, assunti in gran numero, erano grati al direttore che li aveva sottratti a un possibile internamento in Germania, perchè il cemento, destinato al Vallo Atlantico e ad altri Valli, restava nei cortili dello stabilimento visto che i camion e i pochi treni circolanti venivano regolarmente bombardati dagli aerei alleati. Quanto alla Lancia Astura, tempo un mese, finì nelle mani dei partigiani. Un nuovo colpo di fortuna : in cambio papà, ingegnere benemerito, ricevette la tessera della Brigata Matteotti (tasca sinistra della giacca) che, unita alla tessera della Todt (tasca destra) lo metteva al riparo dai guai. L’arte di arrangiarsi ha un prezzo e il prezzo, anche per mio padre, fu la bicicletta. In bicicletta, va da sè, il re del pedale ero comunque io. Ogni dì, con quattro compagni di classe, correvo sù e giù per i bric del Monferrato, 22 chilometri fra andata e ritorno, destinazione il liceo-ginnasio “Alfieri” di Casale. Correre mi divertiva anche se spesso, e col passare dei mesi sempre più spesso, rimasi agghiacciato nel vedere sull’asfalto chiazze di sangue frammiste a olio bruciato, il risultato di un combattimento, cadaveri di fascisti accanto a carcasse d’auto in fiamme, partigiani, lungo i viali alberati, impiccati ai rami più alti: di ciò, adesso, non voglio parlare. Mi limito a ricordare che, a scuola, studiavamo ben poco. C’erano mille motivi di distrazione: la visita del fratello maggiore di uno o di un altro scolaro, in divisa da marò, maglione girocollo, basco sulle ventitrè, anfibi di vero cuoio, giacca e calzoni di vera stoffa. L’uniforme della X MAS piaceva alle ragazze e questo, a diciott’anni, bastava e avanzava. Poi c’era la rituale adunata sul Corso cittadino per assistere alla sfilata della Brigata Nera dei fascisti di Casale, e guai a non salutare romanamente. A mezzogiorno fine delle lezioni e tutti in cortile: bassi nel cielo passavano i Liberators , quattro o cinquecento quadrimotori americani diretti in Germania a distruggere città e impianti industriali. Il rumore era assordante, tremavano mura e finestre, tremavamo anche noi, increduli e impauriti. Nel pomeriggio, tornando a casa, portavo notizie minime, (“hanno arrestato due contadini per borsa nera, sul carro agricolo, sotto al fieno, nascondevano salami e formaggi”) e grandi notizie, la guerra e i suoi orrori raccontati dal “Corriere” e dalla “Stampa”, il tutto corredato dai bei disegni della “Domenica del Corriere” e dalle foto di “Signal”, un settimanale a rotocalco stampato a Monaco di Baviera con articoli parte in tedesco e parte in italiano.

Questi, dunque, erano i tempi, e questi gli accadimenti della vita d’allora. Ed è in tali tempi, come abbiamo anticipato, che va collocata la lunga e lieta permanenza del Conte Sartori nella casa dimia nonna. Cosa faceva di bello il Conte colonnello ? Sostanzialmente niente. Deposta la divisa in soffitta, sul fondo di una capace cassapanca, rivestito con abiti rimediati nel guardaroba e nella camera da letto a lui assegnata, Sartori bighellonava nelle ore diurne di stanza in stanza, leggeva polverose riviste, si cimentava in lunghi solitari con le carte. Variazioni sul tema : risolveva rebus della “Settimana enigmistica”, giocava a scopone con Beppe, l’autista, e infine, spacciandosi per filatelico di consumata esperienza, spediva Beppe all’ufficio postale con l’incarico di acquistare francobolli del Re Vittorio Emanuele (sovrastampati RSI), francobolli della Repubblica sociale e, gaudium magnum, bolli corsari di matrice partigiana come, ad esempio, il ritratto di Mussolini con sopra il timbro della stella rossa. A cena, dopo aver scorso i giornali che per mio tramite arrivavano dalla città, Carlo Sartori era l’unico in grado di illuminare i commensali sulla rava e sulla fava, sulla guerra e sulle eroiche imprese delle truppe dell’Asse. Erano – diremmo oggi – “fake-news” fasciste che anticipavano le mezze “fake-news” inglesi trasmesse da Radio Londra alle 21,15 di ogni sera. In quanto ad apparecchi radio la casa della nonna era ben fornita: oltre a Radio Balilla, che captava solo le onde medie, in salotto troneggiava una grande radio a transistor che riceveva onde lunghe e onde corte e cortissime. Così, chini sul mastodontico apparecchio, ascoltavamo bugie alternate a sprazzi di verità. Fascisti e tedeschi, in tema di bugie, sfidavano il pudore : la vittoria era sempre certa, il morale altissimo, i soldati non si ritiravano mai, al massimo “rettificavano il fronte”. Radio Londra, ammettendo qualcosa, rendeva credibili anche le omissioni o le bugie sul resto: Stevens, mitico Colonnello inglese, ironizzava sui bollettini nemici, riconosceva le difficoltà nelle avanzate degli Alleati, negava la gravità delle distruzioni causate dalle V-1 e dalle V-2 su Londra. Risultato : in fatto di propaganda gli anglo-americani avevano nettamente la meglio e alimentavano la comune convinzione che la guerra, anche per i tedeschi, volgesse al termine.

Invece no. In febbraio, nel 1944, il bando Graziani cancellò ogni speranza di pace subito. Venivano chiamati alle armi i giovani nati nel 1924, le nuove divisioni di Salò sarebbero state addestrate al di là delle Alpi, dai nazisti, chi non si presentava incorreva nella pena di morte e i suoi genitori,privati delle tessere alimentari, potevano, se impiegati pubblici, essere licenziati. Quel bando, nelle mie reminiscenze, fu, in Piemonte e non solo, l’inizio di una vera più crudele guerra civile. Tra i richiamati, molti salirono in montagna e si unirono ai partigiani, altri, pur non credendo in Mussolini, si presentarono ai distretti militari. A spingerli nelle braccia del “Fascio”, di solito, erano stati mamma e papà. “Tu vai”, dicevano ai figli, “che al resto ci pensiamo noi”. Conoscevano un Federale, o un Console della Milizia, o un Capo Manipolo, uno insomma che poteva farli restare in Italia, vicino a casa, in fureria. “Vai”, ripetevano fiduciosi “e stai tranquillo. Niente Germania, un lavoro in ufficio con la guerra che, ormai, dura poco, dura minga”. Le cose andarono davvero così, tristi esempi dell’eterna commedia umana. A Casale, ben presto, le caserme si riempirono di recalcitranti reclute, nell’alto Monferrato, e più in là, nelle Langhe e nell’ampia corona di Alpi piemontesi, le casere, gli stabbi per le bestie, i rifugi un tempo meta di allegre passeggiate, si affollarono di renitenti alla leva. Erano migliaia i giovani in fuga dalle città, ad accoglierli trovarono i Commissari Politici che li indottrinarono, li armarono, li arruolarono in formazioni partigiane che, cresciute di numero,da GAP (Gruppi d’Azione) divennero Brigate e da Brigate Divisioni. Ovvie le conseguenze. Nottetempo, di tanto i tanto, i partigiani (che i fascisti chiamavano “ribelli”) scendevano dai monti e occupavano i paesi a fondovalle, un’impresa affatto eroica, bastava tagliare i fili del telefono (allora non esistevano le diavolerie elettroniche odierne) per interrompere le comunicazioni con i centri cittadini, bastava sparare in aria una raffica di mitra per convincere alla resa i pochi militi del presidio. Anche il paese di mia nonna venne più volte occupato. I partigiani facevano incetta di viveri, requisiti con “pagherò” su fogli intestati alla Brigata di appartenenza, sostavano nelle osterie e pranzavano, al prezzo di altri “pagherò” validi come gli “assignat” della Rivoluzione francese, nelle sale del ristorante “La bella Rosin”. Io e altri ragazzi – con rara incoscienza – uscivamo di casa e, all’osteria,facevamo comunella con gli affamati commensali. Tutto ci incuriosiva : i racconti avventurosi, imboscate, inseguimenti, sparatorie, tutto ci interessava, i mitra inglesi “Sten”, 

sten

le pistole italiane “Beretta”,

BERETTA-34-1940-3

 i fucili americani “Garand”. 

garand2

La mattina dopo, cambio di scena. Partivano da Casale camionette e autocarri carichi di Brigate nere e di fanti tedeschi, nelle vie del paese cominciava il rastrellamento. Gli uomini,riuniti in piazza, venivano interrogati, perquisiti, identificati uno ad uno, le case venivano frugate stanza per stanza alla ricerca di possibili disertori, di documenti o carteggi che provassero “intelligenza” col nemico. Toccava all’arciprete, generalmente, il compito di sbrogliare la matassa : telefonava al Vescovo e questi, per misteriose vie note solo al Signore, otteneva dai partigiani il rilascio dei prionieri. Con l’arrivo dell’estate, e poi del terribile autunno-inverno ’44, il Vescovo non bastò più. Gli animi si erano incattiviti, i morti chiamavano altri morti. I partigiani infittirono le discese a valle, seguite da imboscate, colpi di mano, assalti ai presidi fascisti. I fascisti risposero moltiplicando rastrellamenti e rappresaglie, tutti avevano il grilletto facile, il sangue scorreva copioso. In cielo, oltretutto, un caccia americano controllava il traffico stradale e ferroviario, pronto a vertiginose picchiate radenti l’asfalto : ogni spicchio di Monferrato aveva il suo caccia e il suo mitragliamento aereo corredato da nuovi morti o feriti. Era la guerra civile al diapason : ne parlerò, come ho anticipato, un’altra volta. Ora è tempo di tornare al Conte colonnello Sartori. Cosa faceva Sartori in tanto bailamme bellico? Prudente, stava nel cortile interno della nostra casa, acquattato sul fondo di un pozzo a secco : non gli garbavano i fascisti, ma neppure il rosso dei partigiani della Garibaldi, o il rosato-rossiccio della Matteotti e del Partito d’azione, si era inventato una fantomatica Divisione Monferrato composta da patrioti fedeli al giuramento prestato al Re Sabaudo e, in attesa del loro arrivo, rimaneva nel pozzo fino a che, cessato il pericolo, l’autista Beppe lo ripescava con tanto di corda da alpinista. Rientrato a casa, il Conte colonnello ritrovava subito l’abituale “verve” salottiera: graditissima perchè, adesso, c’erano nuovi ospiti in salotto, inquilini del vicinato di buon ceto e miglior censo che, coprifuoco o no, avevano deciso di rischiare l’uscita serale. Sartori era un vulcano di idee e di liete iniziative : giocava (e vinceva) a carte, imbastiva sedute spiritiche con un tavolino a tre gambe (“La Torino magica ed esoterica !”, esclamava), organizzava i classici quattro salti in famiglia. La nonna, chiusa in camera, recitava il rosario (“Fate peccato”, disapprovava, “non si balla quando, in fondovalle, ci sono cascine che bruciano !”), a me toccavano due compiti : ascoltare i messaggi di Radio Londra destinati alla Resistenza (quello per patrioti della Monferrato, mai trasmesso, diceva : ” Sui prati in fiore corrono gli arditi cavalieri”), sistemare sul grammofono pile di dischi in vinile. Le preferenze andavano ai lenti, ai balli con le dame strette alla vita: vivere pericolosamente, si sà, allenta regole del bon ton e vincoli del pudore, pensare che domani chissà spaventa ma dà un certo “frisson”. E allora via con Rabagliati e il Trio Lescano, via con “Ba…Ba…baciami piccina”,

con “Tornerai”

e con “Parlami d’amore Mariù”,

con “Maramao perchè sei morto”,

con “Bambina innamorata”

con “Ma le gambe”

e con “Pippo Pippo non lo sa”.

I primi freddi si accompagnarono a un crescendo di guerra civile. Sparatorie, rappresaglie, trappole esplosive, inseguimenti, contadini fucilati per un sospetto, per dare un esempio. Il Vescovo, ormai, poteva fare ben poco : riusciva al massimo a convincere le parti in lotta a uno scambio di prigionieri. L’offensiva delle Ardenne, il colpo di coda della balena morente, diede ai tedeschi un ultimo filo di speranza: titoloni sui giornali, la “Cavalcata delle Valchirie” eseguita al Lirico di Milano, “Radio Fante”, sempre da Milano, che alternava “Giovinezza” suonata da Gorni Kramer a pesanti ironie sui soldati americani ideate da due comici in erba, il brigatista di Cremona Ugo Tognazzi e il “marò” della X Mas Walter Annichiarico. Dopo il fallimento dell’offensiva, fra Natale e Capodanno, per chi credeva in Mussolini e in Salò fu tutto un rotolare. I presìdi delle Guardie Nazionali Repubblicane vennero, al calar delle tenebre, riportati in città, nei paesi la gente passava il tempo chiusa in casa, aspettando l’inevitabile, a casa nostra non si ballava più, si cercava di conoscere dal tavolino a tre gambe il colore dell’inevitabile. In breve le campagne furono dei partigiani, le città dei fascisti che ne uscivano solo in forze, in gruppi di millle e più. Io e i miei compagni di scuola eravamo gli unici a passare dall’uno all’altro schieramento perchè le scuole erano aperte, e rimasero aperte fino all’aprile-maggio del’45. Dato che il servizio postale funzionava a singhiozzo, stava a noi riferire le voci, le opinioni, gli stati d’animo di chi abitava a Casale o fuori Casale. Tutti parlavano dell’imminente fine della guerra, gli operai dell’Eternit, in città, lavoravano al rallentatore, al fronte l’ultimo baluardo tedesco, la Linea Gotica, era una striscia esigua e sottile di uniformi grigioverde. Solo qualche irriducibile fascista sperava ancora: Hitler ha l’arma segreta, ricordatevi che ha detto “Dio mi perdoni gli ultimi cinque minuti”. In marzo inutili infruttuosi rastrellamenti. Adesso, preceduta da un cappellano militare, la Brigata nera usciva dalla caserma cantando la rabbia degli sconfitti

 

Adesso, sul sagrato della Chiesa Granda, predicatori in saio e cotta ricordavano ai fedeli che “il sol dell’avvenire” porta anche “sovietici che non credono in Dio” e citavano la profezia del venerabile Beda, “un giorno i cavalli dei cosacchi si abbevereranno davanti a San Pietro”. Era una semina di dubbi e angosciosi interrogativi che lasciava interdetti, che intimoriva i più, specie le donne. Come sarà il domani, andrà meglio, andrà peggio? Venne aprile, i casalesi e gli abitanti del contado lo accolsero chi con timore, chi con ansia foriera di libertà. Io continuavo le mie corse da casa a scuola e viceversa, portavo notizie e qualche lettera, nei paesi la gente trascorreva le ore attaccata alla radio o in preghiera. Il 20 del mese gli inglesi dell’VIII Armata, seguiti dagli italiani del Corpo di Liberazione, sfondarono la Linea Gotica e liberarono Bologna. Davanti a loro, ormai, c’era solo la pianura, quella che un giorno Umbrto Bossi chiamerà Padania. Mentre l’esercito tedesco, dopo aver distrutto i ponti sul Po, si ritirava verso il Brennero, nell’Italia del nord, ovunque, scoppiavano fuochi di rivolta: fu Genova, il 24, a dare il segnale di una generale insurrezione popolare. E fu appunto il 24 che, zitto zitto, il Conte Sartori lasciò la casa di mia nonna pedalando veloce sulla bicicletta di mio padre. Ovvii i commenti familiari : “Ma come ? Senza salutarci, senza un grazie, come un ladro ?” La nonna, l’unica che aveva capito tutto, sfogò rabbia e indignazione parlando in dialetto : “Altro che Conte”, sbottò “chiel à l’era un fanean, un balabiut boia d’un furbaster !” Completai io la frase, sempre in piemontese : “La verità è che ci ha ciulati !”.

Di Sartori, tempo una settimana, sapemmo qualcosa da un partigiano (a liberazione avvenuta erano tutti partigiani) : l’avevano visto oltre il passo dei Giovi, direzione Genova, correva in bicicletta che neanche Bartali. Ma la vita riserba a volte qualche sorpresa. In maggio la mia famiglia si trasferì a Genova, papà era il nuovo direttore di un’importante Società cementifera e una domenica, in Piazza della Vittoria, aveva incontrato il Conte Colonnello. Stava su un palco, fra mille bandiere, accanto al Comandante della Brigata Bisagno ed a Paolo Emilio Taviani , in rappresentanza del CLN-Alta Italia. Taviani, con accenti vibranti, presentò Sartori alla folla plaudente : “Ecco un uomo”, disse, “cui il Monferrato deve molto !” Mio padre, a questo punto, cercò di salire sul palco per prenderlo a schiaffi. Non ci riuscì, il Conte lo precedette baciandolo e abbracciandolo, per girarsi subito e correre ad abbracciare altri ammiratori. A casa, buio in volto, papà pregò me e la mamma di non parlargli mai più di Sartori. In compenso, di Sartori parlarono i giornali. Ai primi di dicembre, rientrato a Roma, il Colonnello Sartori era stato promosso generale. Nella Capitale, al Governo c’era Ferruccio Parri del Partito d’Azione, ma i vertici delle nuove Forze Armate traboccavano di Ufficiali Regi e un Regio Ufficiale partigiano faceva comodo. In famiglia nessuno proferì verbo. Al referendum Monarchia o repubblica del ’46, però, i miei votarono Repubblica.

I COSACCHI

Credo di essere l’unico italiano vivente ad aver visto una carica di cavalleria cosacca. Accadde naturalmente molti anni fa, nell’autunno del 1944. Avevo 14 anni, vivevo coi miei genitori nell’alto Monferrato, a casa della nonna Marianna. Che anno, il’44 ! La guerra ci portava ogni giorno notizie terribili: Roma in mano agli americani, lo sbarco degli alleati in Normandia, il fallito attentato a Hitler nella “tana del lupo” di Rastenburg… La nonna non faceva che ripetere “Gesù, Giuseppe, Maria, speriamo che finisca presto !” Io, invece, speravo che durasse un altro po’. Con la guerra non ci si annoiava davvero: partigiani in montagna, tedeschi e fascisti in città, sfilate, processioni, canti di battaglia, inni religiosi, gente che correva (“stanno arrivando i briganti neri”, termine dialettale per indicare le Brigate Nere), gente che scappava (“mettono tutti al muro, c’è il controllo dei documenti”), gente che accorreva (“si mangia si mangia, roba buona, roba del mercato nero”) : per un ragazzo, per noi che portavamo i calzoni corti, non serviva altro per divertirsi, questa gran confusione era un Carnevale continuo. A casa e a scuola i “grandi” ci rimproveravano: “Non siate sciocchi, si può anche morire !” Parole al vento. La morte a 14 anni sembra un evento irreale, reale è la vita vissuta come  in un album a fumetti.

Basta. Torniamo all’autunno del ’44. Una mattina, vestiti a “comediolamanda” (allora non esistevano nè bomber nè calde giacche a vento) , andando a scuola con i compagni di classe, 11 chilometri dal paese di Ozzano alla città di Casale , decidemmo all’unanimità di “far sega” a scuola. A convincerci era stato uno spettacolo unico, la vista di un battaglione di cosacchi a cavallo.

Al bivio per Crescentino via tutti, all’inseguimento dei cosacchi. Pedalavamo alla disperata, ritti sulle selle come Coppi, amato e invidiato nelle immagini del cinegiornale Luce. Ai lati della strada uno o più contadini si sbracciavano, ci facevano segno di no : “Via, via, ragazzi, tornate indietro, non fate i pazzi ! Quelli stanno andando a Camino, il paese è stato occupato stanotte dai partigiani della Garibaldi. Laggiù, più avanti, ci sono i fascisti e i tedeschi, due autocarri della Guardia Nazionale Repubblicana, tre camionette e un carro armato. Sarà un rastrellamento in piena regola. Andatevene, e buon per voi che, con la nebbia, almeno non ci sono gli aeroplani”.

Un rastrellamento ? E dovremmo perdercelo ? Avanti tutta, all’inseguimento. Dopo mezz’ora di gran corsa eravamo davanti alla collina di Camino. Il paese stava in cima alla collina, con un bel castello medioevale al centro. Tra i cespugli e i filari di viti si intravedevano uomini, certo partigiani, e un luccichio di armi, forse mitragliatrici. Anche il capocarro, un tenente vestito di nero come i carristi tedeschi, ci gridò di andar via, a scuola. “Mussolini vuole che nella Rsi tutti facciano il loro dovere: noi a combattere, voi a studiare”. E noi, bugiardi come Giuda, “Viva il Duce, tenente, ma adesso siamo qui, ci buttiamo nel fosso, non corriamo alcun pericolo”. Quando il tenente, rassegnato, risalì sul carro armato, io e i miei amici ne approfittammo per curiosare tra le file dei cosacchi, che erano scesi da cavallo, fumavano, bevevano dalle borracce, si riscaldavano battendo la terra coi piedi avvolti in lunghi stivali. Erano bellissimi. Un colbacco in testa, il fucile a tracolla, la sciabola e il pugnale alla cintola. Il loro comandante, che chiamavano Ataman, faceva scena a sè: immaginate un omone con barba e baffi spioventi, un alto cappello nero a due punte, un mantello di lana nero a coprire la divisa. Anni dopo, a teatro vidi il “Boris Godunov” e lo riconobbi: “Ma è lui”, mi dissi “è l’Ataman della mia giovinezza”.

I fascisti, intanto, avevano cominciato il combattimento. I militi della Guardia nazionale, sdraiati sull’asfalto, sparavano fucilate, il loro ufficiale, un capitano, faceva fuoco con la mitragliatrice sulle mitragliatrici dei partigiani, il cannone del carro armato, a intervalli regolari, ruggiva cercando di scompaginare i gruppi nemici. Niente, i partigiani resistevano senza ritirarsi. L’Ataman, allora, disse qualcosa al capitano repubblichino (fungeva da interprete un milite che aveva partecipato con l’Armir alla sfortunata campagna di Russia del 1942) e i cosacchi, risaliti a cavallo, si prepararono alla carica. Al cinema, poco tempo prima, avevo assistito all’ultima carica della nostra cavalleria, a Isbucenko, in Russia, e adesso mi aspettavo qualcosa del genere. Fu qualcosa di più. I cosacchi, urlando grida di guerra, caricarono a spada sguainata: era una carica selvaggia, uomini e cavalli formavano un unico blocco, chi cadeva veniva subito rimpiazzato, chi tentava di contrattaccare finiva travolto dagli zoccoli e colpito dalle sciabole. Finì come doveva. I partigiani si ritirarono, prima piano, poi di gran corsa: pochi si chiusero nel Castello di Camino, la maggioranza riuscì a disperdersi nelle vallate circostanti.

Ci ritrovammo tutti nella piazza del paese, noi in bicicletta, i cosacchi a cavallo, i fascisti dietro al carro armato. Una volta ammainata la bandiera rossa (e sostituita con la bandiera della Rsi), non restava che brindare al felice esito del rastrellamento. I cosacchi bevvero da soli, all’osteria: grappa, grappa e ancora grappa. Non fraternizzarono coi fascisti, come soldati li consideravano scarsi. Io e i miei amici ricevemmo dagli ufficiali fascisti una seconda lavata di capo e quattro panini imbottiti di mortadella, più l’ordine di tornare svelti a casa.

Fu un ordine benedetto: non sapevamo che la giornata si sarebbe conclusa tragicamente, con molti morti (ve ne parlerò un’altra volta), sapevamo o credevamo di sapere che i cosacchi, quei cosacchi, erano certo valorosi, ma anche traditori dell’ URSS.

La verità era diversa. Molti anni dopo, nel 1985, dal libro “L’armata dei fiumi perduti” di Carlo Sgorlon, appresi che quei cosacchi, cosacchi del Don e del Kuban, non erano, e davvero non si consideravano traditori dell’Unione Sovietica . Erano, più semplicemente, dei nazionalisti che, già allora, volevano l’indipendenza dei loro Paesi natii, l’Ucraina, la Bielorussia e, nella zona orientale, la Moldavia. Ai nazisti, dopo l’inizio dell’ “Operazione Barbarossa”, era stato facile convincerli : unitevi a noi, avevano promesso, e, a guerra finita avrete l’indipendenza. Nel 1944 l’armata cosacca anti-comunista si era stabilita in Friuli: “in attesa della vittoria sull’URSS”, assicurava Hitler, “il Friuli sarà la vostra Patria provvisoria”. Finì come doveva. Nell’aprile 1945, con la sconfitta del Terzo Reich, ai tedeschi e ai cosacchi loro alleati non rimase che la via della fuga, i tedeschi verso la Germania, i cosacchi con le loro famiglie verso l’Austria. Dal Friuli, attraverso il valico di Plòkenpass, raggiunsero la Stiria e qui furono costretti ad accamparsi. Non potevano proseguire, Vienna e tutta l’Austria orientale era caduta in mano all’Armata Rossa. Si arresero agli inglesi: speravano che il governo inglese accettasse una loro richiesta, quella di poter emigrare in un Paese del Commmonwealht, il Canada, l’Australia, il Sud Africa. Churchill era favorevole ma Stalin fu irremovibile: “Sono dei traditori, li rivoglio qui, nell’URSS, vanno fucilati tutti”. Le trattative fra sovietici e inglesi si protrassero per alcuni mesi: nel settembre 1945 Churchill cedette e decise di consegnare i cosacchi all’Unione Sovietica. Ai primi d’ottobre, consci del destino che li attendeva, i cosacchi si dissero addio alla loro maniera, con una gran festa cosacca, balli intorno al fuoco, spiedini di carne e borsch, danze con le spade e soprattutto slivovitz e wodka a barili. Verso l’alba, molti, cantando ubriachi gli inni nazionali, si lanciarono a cavallo nelle acque della Drava e morirono annegati nel fiume: altri si suicidarono a pistolettate. I superstiti, una volta tradotti a Mosca, vennero giustiziati: morte per impiccagione agli ufficiali, plotone d’esecuzione ai soldati semplici.

IL MIO 25 APRILE 1945

Il 20 aprile era un sabato. Fu un giorno chiave per noi che abitavamo nell’Italia del nord. Gli inglesi dell’Ottava Armata sfondarono le difese della linea gotica e liberarono Bologna. Davanti a loro, adesso, non c’era che pianura, la valle del Po, quella che Umberto Bossi chiamerà trent’anni dopo “Padania”. I tedeschi, dopo aver distrutto gli ultimi ponti sul grande fiume, cominciarono a ritirarsi verso Verona e il Brennero, i repubblichini, in gran disordine, cercarono di portarsi o verso Venezia o a Milano, dove il Duce aveva promesso di fare della città “la Stalingrado d’Italia”. Tutti sapevano che la guerra era finita, che a Berlino si combatteva, che era finita in Germania ancor prima che in Italia : ma molti, qui da noi, pensavano di avere qualche settimana di tempo per decidere se arrendersi o andare a cercar”la bella morte”. “Gli alleati sono lenti”, pensavano “dovranno riparare le strade e costruire nuovi ponti, ci vorrà tempo per vedere i carri armati oltre Bologna”. Io, come ho già raccontato, vivevo con i miei genitori nel Monferrato, a casa dela nonna Marianna. Avevamo lasciato le grandi città, bombardate ogni notte dai quadrimotori alleati, ci trovammo nel bel mezzo della guerra civile. In campagna, col ritorno di Mussolini e la nascita della Repubblica Sociale, si campava alla meno peggio : c’era da mangiare anche se, tra morti ammazzati, rastrellamenti, case e cascine incendiate, era un mangiare che ti andava di traverso. Eppure – l’uomo si abitua a tutto – in qualche modo si viveva. Sembra impossibile, ma il tran-tran quotidiano procedeva con apparente normalità : gli uffici erano aperti, e così le scuole e gli ospedali, nei campi anziani contadini falciavano il grano, nelle poche fabbriche aperte gli operai lavoravano a singhiozzo, sorvegliati dalle SS, dai repubblichini, dai collaboratori dell’Organizzazione tedesca del lavoro, la Todt.

Quanto a me, quattordicenne, ero il solito scolaro-somaro : frequentavo la quarta ginnasio a Casale Monferrato e, dal mio paese, Ozzano Monferrato, andavo ogni mattina a scuola in bicicletta, sù e giù per i bric del Piemonte con un occhio alla strada e uno al cielo, attenti al possibile rombo di un aereo da caccia alleato in perlustrazione. Basta, torniamo al 25 aprile di cui al titolo. Il 22, lunedì, il Provveditorato agli studi di Torino decise, guerra o non guerra, di tenere aperte le scuole: l’anno scolastico, Dio permettendo, si sarebbe concluso in maggio. Il 25, così, io e altri quattro compagni di classe lasciammo Ozzano in bicicletta diretti a Casale. Pedalavamo svelti, divertendoci a “fare mucchio”. Questa di “fare mucchio”, di ammucchiarsi, era una bravata da incoscienti, un modo per richiamare l’attenzione di “Pippo” (l’avevamo battezzato così) , un caccia americano che controllava dall’alto il nostro pezzo di campagna. Il caccia, infatti, scorgendo sulla strada un assembramento di biciclette, scese a tuffo radente e, mentre noi ci buttavamo nei fossi laterali, mitragliò la carreggiata. Ci rialzammo illesi e, tra le maledizioni dei contadini (fortunatamente anche loro illesi) , facemmo a gara nel raccogliere più bossoli possibile. La verità è che ci stavamo divertendo, a un quindicenne la guerra sembra una fantastica avventura, cow boys contro indiani pellirossa, garibaldini contro Gamdadilegno e i suoi pirati. Vinceva chi raccoglieva più bossoli : i detonanti valevano tra 50 e 70 centesimi , i perforanti una Lira, gli incendiari addittura una Lira e cinquanta. Allegri, col nostro carico di bossoli, arrivammo al liceo-ginnasio Alfieri solo per scoprire che la scuola , quel mattino, era chiusa e il portone sprangato a doppia mandata. Non restava che chiedere spiegazioni a Guido, un compagno di classe che abitava a Casale, e proprio accanto alla scuola. Alla fine, chiamato a gran voce, Guido si affacciò alla finestra e, sbracciandosi, ci fece capire che conveniva tornare indietro. “Perchè ?”, chiedemmo noi. E lui: “I ribelli stanno per scendere dalle montagne” Non potè dire altro : si prese due ceffoni dal padre che, chiudendo la finestra, urlava : “Cretino, macchè ribelli, si chiamano patrioti”. La notizia di Guido, comunque, era vera : sul Corso, la strada principale di Casale, ecco apparire, con gran baccano, prima una Balilla tappezzata di bandiere tricolori, e poi camion civili e militari, e poi carri e carretti trainati da buoi o cavalli da tiro. Sugli automezzi, a centinaia, i partigiani gridavano:Viva l’Italia, viva la libertà”, e sparavano per aria. Noi ragazzi capimmo subito che sarebbe stata una giornata storica: e dunque via sul Corso, in bici, confusi tra la folla e i patrioti, tra i “Viva”e le sparatorie in un caos di grida e di fucilate che neanche nel Messico di Pancho Villa. Ma i fascisti, già, dove erano andati a finire? Rapida indagine: fascisti e tedeschi si erano rifugiati nel Castello cittadino : si sarebbero arresi, certo, ma solo agli americani. La scoperta aveva aspetti positivi : si poteva sparare senza tema di dover combattere, le caserme abbandonate dai soldati erano ovviamente vuote ma piene di buone cose da mangiare, sacchi di farina, di riso, di pasta, lattine dolio e di conserva di pomodoro, carne fresca e in scatola, insaccati e forme di formaggio. Non serviva altro per lasciare la colonna di vincitori festanti e precipitarsi nelle caserme a far man bassa di ogni cosa, compresi coperte e materassi. Noi non eravamo interessati nè al cibo nè ai materassi, meglio dare un’occhiata all’armeria. Entrammo speranzosi, uscimmo esultanti , armati fino ai denti come altrettanti Rambo. Io avevo rimediato una pistola Luger (senza caricatore), e una decina di bombe a mano italiane a forma di Ananas , che misi intorno al collo come una collana, i miei quattro amici si pavoneggiavano con un fucile Mauser, un mitra Beretta e addirittura un “panzerfaust”,versione tedesca del Bazooka. Le armi erano tutte prive di munizioni, ma poco importa: lungo il Corso di Casale Monferrato, accanto ai partigiani, facevamo la nostra figura. Oggi che sono un vecchio di 88 anni mi domando se fu davvero una mattinata di festa: ricordo con pena tre o forse quattro ausiliarie di Salò che vennero tosate a zero come pecore, ricordo con raccapriccio due fascisti in borghese che, senza un perchè, morirono fra raffiche di mitra e risate. Un uomo, nella folla, indicò i due come fascisti, e tanto bastò: li addossarono a un muro e li fucilarono. In città, nei giorni che seguirono, si raccontava

che uno dei due fucilati non era affatto un fascista, era solo un ricco commerciante sbrigativamente eliminato da un debitore insolvente.Vecchie e tristi storie, eccidi che conviene dimenticare. Tornando alla mia avventura di quindicenne dirò soltanto che, a mezzogiorno di quel 25 aprile, eravamo stanchi, stufi, affamati: decidemmo di andare al fiume, il Po è un paradiso per i pescatori, e di pescare con le bombe. Fu un’idea grandiosa. Come si lancia una bomba Ananas? Semplice: si stacca la linguetta, si conta fino a dieci e si lancia. Scoppi ed esplosioni nell’acqua che ribolle, pesci morti a centinaia, quasi una battaglia. Sentendo quel frastuono, i contadini delle vicine cascine si affacciarono e, visto che gli unici morti erano i pesci, uscirono di casa , corsero sulle rive del fiume portando cesti e cestoni, reti improvvisate, pentole e padelle, tutto ciò che poteva servire a raccogliere il pescato. Nelle cucine, intanto, le donne, mogli o madri dei contadini, accendevano il fuoco : fritto misto di pesce, allegria, c’era da mangiare per tutti, anche per noi, invitati d’onore. Tornammo a casa nel primo pomeriggio, sazi e un po’ brilli (in Piemonte il vino non manca mai), senza più bombe a mano ma con un fazzoletto rosso al collo, una pistola alla cintura, un mitra e due fucili orgogliosamente in spalla. A casa trovai mia madre che, vedendomi in “tenuta da combattimento”, quasi svenne, e mio padre che mi prese a schiaffoni.

Peccato. D’altra parte vivere una giornata così, una giornata, per dirla con l’insegnante di latino, “albo signanda lapillo”, vale qualsiasi punizione. Allora ne ero convinto e anche oggi, se ci ripenso, sorrido.

DOPOGUERRA. QUANDO GLI AFRO-AMERICANI SCOPRIRONO L’AMERICA IN ITALIA

Nel primo dopoguerra ho avuto per amico un nero. Dire nero, allora, voleva dire un fascista. Dio ne guardi, il mio amico era nero di nome e di fatto : si chiamava Robert Black, era un robusto negro, simpatico e sempre sorridente. A casa nostra lavorava in cucina. Ma non lavorava per noi. Faceva lo sguattero alla mensa ufficiali. E’ opportuno, al punto in cui siamo, raccontare la storia di questa amicizia per filo e per segno, ossia ricominciare da capo. Nel maggio ’45, a Liberazione avvenuta, la mia famiglia si era trasferita dal Monferrato a Genova : mio padre, ingegnere e neo direttore di un’importante società ligure, ci aveva preceduto di una settimana e aveva acquistato in fretta e furia una casa sulla collina di Albaro. Casa bellissima, un villino Liberty a tre piani, dintorni stupendi. Albaro, allora, era quasi campagna, con pini marittimi, olivi, alberi da frutta e una vista mozzafiato, la spiaggia sottostante che diventerà il Lido di Albaro, il cuore cittadino in lontananza, con la Lanterna, il porto vecchio, il via vai delle navi. Non appena arrivati, mentre la mamma esplorava la casa, io, al solito in bicicletta, esplorai il grande giardino circostante. Contavo di scoprire qualcosa, scoprii qualcosa di inaspettato, una ridotta con nidi di mitragliatrici e, addossati al muro di cinta, tre cannoni puntati sul porto. Ne seguì una raffica di telefonate : a mio padre, al commissariato di zona, ai pompieri, alla prefettura. Accorsero in massa e tutti, ad eccezione di papà, sapevano tutto. Quel villino così carino era stato il Comando della X Flottiglia Mas, in caso di sbarco alleato fuoco sul porto a volontà. Mio padre si difese alla brava: aveva comprato dal legittimo proprietario, con tanto di atto notarile, sì, è vero, quel giorno andava di fretta, era entrato dalla porta e, dopo un’occhiata alle stanze, era uscito in giardino dalla porta-finestra, insomma, il prezzo era buono e lui, dei cannoni, non sapeva niente, nessuno gli aveva detto niente. L’atto d’acquisto risultò effettivamente valido ma, ormai, la frittata era fatta. Per la Prefettura l’ex Comando della X Mas veniva trasferito d’autorità agli alleati in arrivo. Fine del discorso , il nuovo proprietario sarebbe entrato in possesso dell’immobile a tempo debito. I primi ad arrivare a casa nostra furono i sud-africani. Si comportarono da gentlemen inglesi, un baciamano alla mamma e molte scuse per il disturbo, ci lasciarono due camere da letto e si sistemarono al pianterreno, come mensa degli ufficiali. Quindici giorni dopo, via i sud-africani, dentro gli americani del reggimento “Charlie” della Quinta Armata. E fu appunto con l’arrivo degli “yankees” che conobbi il caporale Robert Black. In cucina, affiancato da quattro commilitoni di colore, Robert faceva l’aiuto cuoco, lo sguattero, il lavapiatti, il cameriere. A Genova i bombardamenti aerei avevano distrutto interi quartieri, la luce elettrica andava e veniva, tram e autobus erano stati sostituiti da camion con dietro una scaletta di legno, i genovesi, magri o magrissimi, tiravano la vita coi denti. La mensa degli ufficiali USA, per contrasto, era il paradiso degli affamati, un ristorante a cinque stelle. Burro a chili, bistecche da tre libbre l’una, e gelati, dolci allo sciroppo, torte grondanti crema e cioccolata. Dall’America, dopo aver trasportato armi in quantità, le navi Liberty trasportavano adesso casse di alimenti e beveraggi in abbondanza, anzi, oltre il necessario. La cucina di casa nostra traboccava di buon cibo inutilizzato che Bob, e gli americani neri suoi compagni, distribuivano a gruppi di genovesi poveri in attesa fuori dalla porta. A me Bob (ormai lo chiamavo confidenzialmente così) dava il meglio degli avanzi, eravamo diventati amici, finì che tutta la mia famiglia pranzava quotidianamente all’americana. Bob Black era innamorato dell’Italia e degli italiani, sembrava un “migrante”con oltre 70 anni d’anticipo. “Qui la gente mi tratta bene”, diceva, “sono un uomo come gli altri”. Io non capivo,capii col tempo. Robert era nato in Alabama. Il suo bisnonno non aveva un cognome, per il padrone era soltanto Bob lo schiavo. A dargli il cognome Black avevano provveduto i nordisti : neanche loro, però, trattavano i neri del Sud con amicizia. Li chiamavano sbrigativamente Washington, Massachussets, Baltimora, oppure, per scherzo e per scherno, gli appioppavano cognomi irridenti, Black, Sheet, Servant. Nei decenni successivi alla Guerra di Secessione le cose, per i negri, erano cambiate più nella forma che nella sostanza: in Alabama, anche adesso, Bob doveva scendere dal marciapiede al passaggio di un bianco, sui bus i sedili di testa venivano riservati ai bianchi, il colore della pelle non era causa di segregazione come in Sud-Africa, ma di separazione sì. Per questo Robert Black,al momento del richiamo alle armi, aveva lasciato l’Alabama per New York. Abitava ad Harlem, lavorava da Macy’s, fattorino di giorno, studente di sera. Ambizioso, Bob voleva elevarsi, diventare uno che conta, col diploma o con la laurea, un uomo rispettabile e rispettato. Non gli bastava essere un cittadino degli Stati Uniti, non si accontentava del “politically correct” afro-americano al posto di americano nero, mirava a qualcosa di più, ad un’autentica equiparazione coi bianchi. La guerra contro i nazisti, per il mio amico Bob, era cominciata con lo sbarco alleato in Sicilia, ad Augusta. Ricordi ? Pochi, e quei pochi non avevano nulla a che vedere con le operazioni belliche. Agli afro-americani come lui l’Alto Comando della V Armata riservava incarichi minori, militarmente poco importanti: erano soldati, non erano truppe combattenti. I loro compiti erano limitati ai servizi, alle corvèe, alla sorveglianza dei depositi di armi, viveri, equipaggiamenti, automezzi. In pratica,quanto ai servizi, si trattava di rifare i letti nelle camerate, di pulire le latrine e i gabinetti, di lavare e stirare le divise dei commilitoni bianchi. “Fra i miei compagni”, raccontava Bob, “alcuni erano contenti così: stare nelle retrovie aveva i suoi vantaggi, non si rischiava la pelle. Io schiumavo di rabbia: ero un soldato, non un civile tuttofare”. Napoli, e qualche mese dopo Roma, accolsero gli americani della V Armata con entusiasmo, baci e abbracci ai bianchi, abbracci e baci agli afro-americani, viva i liberatori. Qui i ricordi di Bob Black erano netti, gioiosi, a tratti increduli. “Baciare una donna bianca”,mi diceva,”ecco un sogno proibito che in Italia diveniva realtà. Negli States”, precisava,”noi neri non potevamo avvicinare una donna bianca, chi ci provava rischiava al Sud il linciaggio, al Nord pene severe, a volte anche la morte per impiccagione”. Gli italiani, spiegavo io, sono stati abituati a cantare “Faccetta nera, bell’Abissina”, una canzone che finisce con le parole “una famiglia si farà”. Gli italiani non sono razzisti (allora era vero) bianchi e neri voi siete, per noi, soltanto americani. A Napoli e a Roma Robert ebbe molte fidanzate, “segnorine” ma anche ragazze di famiglia. Una certa Maria, napoletana, l’aveva addirittura presentato in casa e in casa, tra sigarette, calze di seta e pacchi di generi alimentari, tutti gli avevano fatto festa. Era diventato papà di un bambino “niru niru” di nome “Ciro”? Non lo sapeva, non gli risultava, forse, chissà. A Genova stesso copione. Con gli americani i liguri, benché meno espansivi dei napoletani, fraternizzarono subito. Un americano, soldato o no, era sinonimo di ricco: poteva pagare in dollari, in mille oggetti del desiderio, il “corned beef”, le “Lucky Strike”, poteva pagare persino in Am-lire, la moneta d’occupazione, foglietti del formato e del valore dei soldi del Monopoli, che soltanto un popolo in miseria è disposto ad accettare. Nella nostra cucina, una volta stretta l’amicizia, insegnai a Bob un po’ d’italiano e feci conoscere,a lui e agli ufficiali yankees, il poco di buono che era rimasto in Italia. Impazzirono tutti per gli aperitivi : a tavola le bottiglie di Campari e di Vermouth andavano come il vino, e in egual misura. Con Robert Black, quando era in libera uscita, m’improvvisai poi guida turistica, giù nei “carugi” di Prè e Sottoripa, sù al Castelletto, via fino a Boccadasse, a Nervi, Camogli, Portofino : giri e gitarelle in jeep, finalmente una quattro ruoteal posto della bicicletta. In quell’estate del’45, la prima estate di pace, Genova, benché povera e semidistrutta, ricominciò a vivere, come una bestia ferita che cerca di rialzare la testa: la gente sentiva che il peggio era alle spalle, che, senza bombe e sirene d’allarme, si poteva guardare al futuro con ottimismo, e ridere, giocare, divertirsi. C’era un’intera città da ricostruire, i giornali parlavano di un piano di aiuti ai paesi sconfitti (il Piano Marshall del ’47), c’era lavoro per tutti, l’esatto contrario di ciò che accade oggi, maggio 2018. Fu un timido ricominciare, piccole cose che però sembravano importanti. Nacquero le arene cinematografiche, i film venivano proiettati su muri scrostati o su lenzuola appese a due alberi, nacquero, ovunque ci fosse uno spazio libero, balere e sale da ballo, non si andava al mare per paura delle mine interrate nella sabbia ma i ristoranti e le osterie periferiche, riaperte, davano di nuovo da mangiare, pasta col pesto e i pinoli, verdure dell’orto, patatine e “pescetti”, versione ligure dell’inglese fish and cheeps. Robert Black, nella Genova che rinasceva, aveva dalla sua due carte vincenti : un fisico da atleta, l’arte di trasformare ogni ballo in un esercizio acrobatico. Era un ballerino nato. Nel booghie-wooghy faceva roteare le ragazze, le sollevava sopra la testa, a testa in giù, a testa in sù, le riportava delicatamente a terra per poi, subito, girar loro attorno sgambettando veloce in un frenetico dinoccolare che neanche Celentano vent’anni dopo. Alle ragazze piaceva, e molto, se lo contendevano. Altre fidanzate?Probabilmente sì. Prima di lasciare l’Italia Bob rimediò anche numerosi ammiratori di sesso maschile. Non col ballo, naturalmente, con la boxe. In città, oltre alle balere, erano risorte le palestre, e lì i camalli del porto erano soliti cimentarsi nella lotta, nel braccio di ferro, nel pugilato. Come pugili, Bob e gli afro-americani suoi commilitoni, valevano poco, boxavano da dilettanti. Ma erano grandi e grossi, picchiavano e sapevano incassare restando in piedi. Tanto bastava. Bob perse quasi tutti gli incontri, perse perfino con il giovane Duilio Loi: testardo, non andò mai al tappeto e questo gli valse l’applauso dei presenti e il nomignolo di “buon combattente”. “Buon combattente?”, mi disse una sera con amarezza. “In guerra io non ho mai combattuto, volevo arruolarmi nella Divisione Buffalo, l’unica nostra divisione nera, e sono stato respinto. Meglio così, in fondo, con quel che è successo alla Buffalo…”. Per caso, la storia della Divisione Buffalo era nota anche a me che avevo trascorso gli ultimi due anni di guerra al nord, con i fascisti di Salò. Un giorno, dicembre’44, “Il Corriere della Sera” di Ermanno Amicucci e “La Stampa” di Concetto Pettinato scrissero che “i soldati del Duce, fanti di marina della San Marco, alpini della Monterosa, bersaglieri del battaglione Mussolini, hanno oggi sgominato il nemico sul fiume Serchio e, con l’aiuto della fanteria tedesca, costretto la Divisione Buffalo ad una precipitosa ritirata”. I fatti. E’ quasi Natale, nelle Ardenne Hitler scatena l’ultima offensiva, sulla Linea Gotica i tedeschi del Feld Maresciallo Kesserling resistono ad oltranza. Io ho 14 anni, un’età in cui si crede ciecamente ai giornali. Andiamo avanti. Da Pisa appena liberata l’esercito USA manda in prima linea migliaia di afro-americani. L’ordine è“attaccare”,non importa se si tratta di una Divisione appena costituita, la Buffalo appunto. Bisogna proseguire l’avanzata, c’è la Garfagnana da liberare. I fanti americani avanzano, conquistano numerosi villaggi, si spingono fino al Serchio, lo superano. Ma Kesserling è una vecchia volpe, ha capito che la Divisione Buffalo, poco addestrata, è nuova al fuoco. Contro la Buffalo prepara un’offensiva, meglio, un’operazione di alleggerimento, e la chiama Winter Gevitter, “Tempesta d’inverno” : Mussolini e Graziani sono della partita, esigono la partecipazione dei soldati italiani. Tedeschi e italiani vanno all’assalto la vigilia di Natale, gli americani sono colti di sorpresa, arretrano al di là del Serchio, continuano a ritirarsi. Sui giornali i titoli sono a caratteri di scatola, il Serchio è come il Piave, “non passa lo straniero”, “abbiamo riconquistato paesi e villaggi”, da Gallicano inviati dalla vista lunga credono di vedere in lontananza la Torre di Pisa. A fine anno, dopo tanto entusiasmo, silenzio. La V Armata, con nuove Divisioni, ha ripreso in una settimana il terreno perduto, la Buffalo è finita nelle retrovie. Sconfitta, non combatterà più. Robert Black confermò, la mia ricostruzione era esatta. Aggiunse, a difesa degli afro-americani, ciò che aveva appreso da un commilitone della Buffalo. La Divisione, forte di 15.000 uomini, era nata in Toscana nell’agosto ‘44 per volontà del Congresso degli Stati Uniti. Ned Almond, generale, Capo di Stato Maggiore della V Armata, aveva accolto gli afro-americani con parole sprezzanti. “Noi non vi abbiamo chiamato “, aveva detto. “Siete qui grazie al Congresso. Bene, vediamo cosa sapete fare.” La Buffalo, lasciata Pisa, si era spinta in Garfagnana avanzando oltre il fiume Serchio. L’improvviso e inaspettato contrattacco italo-tedesco aveva colto di sorpresa gli afro-americani, non è facile passare dalle cucine alle trincee, la linea del fronte, nella generale ritirata, venne sfondata per più di 20 chilometri. Ned Almond, una volta rientrati alle basi di partenza, non aveva voluto neppure vedere i soldati della Buffalo : nella sede del Comando, si seppe poi, li aveva giudicati “ottusi, lenti, poco coraggiosi” e aveva proposto lo scioglimento della Divisione (verrà sciolta in dicembre). Il mio amico Bob tornò a New York l’anno successivo, nell’aprile del ‘46: poteva trasferirsi a Livorno, nuova base militare USA, preferì congedarsi dall’esercito, rientrare negli States, riprendere il lavoro e gli studi. Partendo mi confidò : “Avrò sempre l’Italia nel cuore”. Non l’ho più rivisto, per qualche tempo ci siamo scambiati lettere e cartoline, poi più nulla. Succede. Spero che abbia fatto carriera, che sia diventato, come desiderava, un uomo di successo. Il resto è cronaca di questi ultimi settant’anni, per gli afro-americani cronaca di una difficile, lenta marcia verso una piena parificazione dei diritti. Anni cinquanta: la domestica che sale sul bus, osa sedere nei posti riservati ai bianchi, dà scandalo. Anni sessanta: Martin Luhter King che guida a Washington la marcia di migliaia di afro-americani. Anni settanta: le “pantere nere” di Malcom X, la violenza nelle strade e nelle università, i conflitti con la polizia che anche ora, 2018, continua ad avere coi “negri” la mano pesante. C’è ancora qualcosa da dire in merito alla Divisione Buffalo: il 13 gennaio 1997, cinquantatre anni dopo la battaglia in Garfagnana, il Presidente Clinton ha riunito i superstiti della Buffalo alla Casa Bianca. Erano una cinquantina di afro-americani, anziani e con i capelli bianchi. Clinton li ha elogiati, li ha chiamati eroi, “l’America vi deve molto”, ha concluso. Ai presenti, poi , ha distribuito attestati al valor militare e, alla bandiera della Divisione Buffalo, ha conferito la “Medal of honor”, una delle massime onorificienze USA. Così l’America ha chiesto scusa ai suoi soldati dimenticati e li ha pubblicamente ringraziati: è stato un ringraziamento tardivo ma, come si dice, meglio tardi che mai.

DA CHE PARTE STAI ?

Quel che ho scritto negli articoli: “I Cosacchi”, “Un eroe dei nostri tempi”, “Il mio 25 aprile” ha un unico filo conduttore: la guerra civile, la contrapposizione armata di italiani contro altri italiani nell’Italia occupata dai nazisti. Io c’ero, con occhi di ragazzo ho visto e vissuto quei terribili anni, dall’autunno del’43 alla primavera del ’45. Sono anni che mi hanno segnato profondamente, che non riesco a dimenticare. Chi mi ha letto spesso mi chiede: “Ma tu, allora, da che parte stavi? E oggi, da che parte stai?”. Rispondo con sincerità: “Non lo so, non riesco ad odiare gli uni o ad amare gli altri. So solo che, sin dalla liberazione, ho desiderato una pacificazione generale: basta con i morti ammazzati, con le rappresaglie contro le popolazioni inermi, con la deportazione degli innocenti, basta con tutti gli orrori che sempre si accompagnano alle guerre civili”.

Il mio non è “buonismo” un tanto al chilo. E’ che, appunto, io c’ero, in campagna ho conosciuto giovani partigiani, e di alcuni sono diventato amico, in città, a scuola, ho conosciuto in divisa fascista i fratelli maggiori di qualche mio compagno di studi, e di alcuni sono diventato amico. Oggi, schierarsi da una parte o dall’altra sembra facile, quasi ovvio. Io non posso, non ci riesco, ho troppi ricordi dolorosi.

Questi, ad esempio: una mattina di primavera del ’44, andando a Casale Monferrato in bicicletta, io e altri tre studenti trovammo in una curva diciassette marò della X Flottiglia MAS morti e, accanto a loro, una motocarrozzetta e due camion in fiamme. Erano caduti in un’imboscata, i partigiani li avevano falciati con le mitragliatrici. Tornammo svelti in paese, demmo l’allarme, accorse il medico condotto, l’arciprete, un gruppo di contadini. Dalla città arrivarono alla curva della strage i medici dell’ospedale, i fascisti della Brigata Nera di Casale, il Vescovo. Inutili i soccorsi. I morti, ragazzi di neppure vent’anni, vennero per la notte trasferiti nella chiesa del paese, adagiati sul marmo del pavimento, circondati da donne che pregavano o piangevano. La mattina dopo una scena straziante, l’arrivo, da tutto il Piemonte, dei familiari dei defunti: mamme sconvolte dal dolore, padri impietriti e senza più lacrime. Anche i funerali, nella Chiesa “Granda” di Casale Monferrato, furono strazianti. E non era finita. Tempo quarantott’ore il nostro paese, Ozzano Monferrato, venne occupato da tedeschi e fascisti in cerca di vendetta. Case perquisite, uomini addossati al muro del cimitero, perquisizioni ovunque. Due contadini, sorpresi a falciare l’erba, scapparono per paura. Ripresi, furono fucilati all’istante e le loro fattorie incendiate.

Ancora un ricordo, dal fronte opposto. Nell’autunno del ’44, al termine di una scaramuccia, i fascisti (ne ho fatto cenno nel racconto “I Cosacchi”) avevano strappato ai partigiani il paese di Camino: i partigiani si erano dispersi nella campagna circostante, soltanto una ventina avevano preferito chiudersi, con il loro comandante, dietro le mura del locale Castello. Il comandante, nome di battaglia “Walter”, rifiutava di arrendersi: aveva catturato otto ostaggi, i maggiorenti del paese, al più era disposto ad uno scambio. E scambio fu. I venti partigiani, su un autocarro, avrebbero raggiunto i loro accampamenti in montagna: una volta in salvo, avrebbero esploso un razzo di segnalazione. “Walter”, allora, si sarebbe arreso dopo aver liberato gli ostaggi. Trascorse due ore, ecco il cielo illuminato da un razzo fluorescente e subito, dietro le mura, ecco le raffiche di un mitra. I fascisti, sentendosi ingannati, sfondarono il portone del Castello, scavalcarono i cadaveri degli ostaggi, uccisero “Walter” crivellandolo di colpi. Mi hanno raccontato che morì ridendo, col mitra in mano e, ai piedi, un tappeto di mozziconi di sigaretta. In tasca aveva i suoi documenti personali, la tessera del partito comunista, la carta d’identità, un foglio dell’Ospedale di Novara. Il comandante partigiano non si chiamava “Walter”: era un geometra, aveva un tumore ai polmoni e pochi mesi di vita. Prima di ammazzare il podestà di Camino, due impiegati comunali, l’arciprete, una maestra di scuola, il farmacista e due suore, si era premurato di scrivere un’invettiva a guisa di testamento. Diceva: “Crepo felice. Porto con me otto porci borghesi, viva Stalin, evviva il PCI”.

Potrei continuare, la ferocia ha mille facce. Un viale alberato che porta in città, un impiccato che penzola da ogni albero. Una villa di periferia, sede della Gestapo, canti e balli ai piani superiori, torture nello scantinato. Partigiani rossi che, come a Porzus in Friuli, uccidono partigiani bianchi, fascisti che fucilano altri fascisti, colpevoli di diserzione. E poi imboscate, sentieri minati, trappole esplosive, giovani dell’una o dell’altra parte che muoiono in seguito a spiate, delazioni, tradimenti, interrogatori a base di botte e scariche elettriche nei testicoli. Adesso basta, basta davvero.

Quando finì la mattanza, quando, in un’Italia pacificata, raggiunsi la maggiore età, cercai più volte di trovare una spiegazione al perché di tanta violenza, spesso ingiustificata, sempre vile e ignobile. Mi furono di aiuto i libri, soprattutto i libri di storia, di filosofia, di psicanalisi. Freud e Jung dicono che le guerre, soprattutto le guerre intestine motivate da opposte ideologie, azzerano millenni di civilizzazione: l’uomo ritrova gli istinti ferini delle origini, si comporta come un animale, gode del dolore altrui. Per alcuni uomini, i sadici, i pervertiti, queste guerre senza regole sono la realizzazione di un sogno proibito: cadono i freni inibitori, tutto è permesso, far del male al prossimo dona un piacere fisico, quasi sensuale. Remarque, che molto ha scritto contro la guerra, spiega che condividere il fango della stessa trincea crea un forte sentimento d’amicizia: è la “Kamaraderie”, un vincolo che ti lega al compagno in armi più che a un fratello. Affrontare insieme il pericolo delle bombe e la paura della morte vale un affetto pari all’amore: di qui, se uno dei due cade, il desiderio di vendicarlo, di attuare una rappresaglia non per fare giustizia, solo perché il sangue chiama sangue. Sulla guerra, infine, pesano come pietre le parole di Voltaire, il filosofo dei lumi. Spiega Voltaire: “Tutte le guerre sono incivili: non ha senso sparare su un uomo che non conosci, che non ti è nemico, che non ti ha fatto alcun male, che ha una sola colpa, esser nato al di là di un certo fiume, di una certa montagna”. Conclude il filosofo, con la la consueta ironia e con un gioco di parole: “Caso mai le uniche guerre civili sono le guerre civili”, intendendo con ciò le guerre tra “civis”, tra concittadini. A ben riflettere è proprio vero. Pensate ad una riunione di condominio: raramente fila via liscia, di solito si trasforma in un aspro battibecco, per fortuna senza vittime, tra rissosi condomini.

Di quanto sopra non ho mai scritto nulla. Ne sono pentito. Non ho scritto nulla per opportunismo e per quieto vivere: cantare fuori dal coro porta male. Il coro, ideato dai leaders del PCI, è la “vulgata” Resistenziale. Dice: contro i tedeschi invasori il popolo italiano insorse, salì sui monti, sconfisse i nazi-fascisti e concluse vittoriosamente la lotta di liberazione. Punto e fine. Chi dissente, chi mette i puntini sulle “i”, viene subito tacciato di “fascista, carogna, torna nella fogna”. Nella vita ho fatto il giornalista: grandi giornali, ottime prospettive di carriera. Votavo La Malfa, ma non bastava. Per i Comitati di redazione, col passar del tempo divenuti più potenti dei Direttori, tutti potevano esser tacciati di “fascismo”, a torto o a ragione.

E allora? Allora tutti zitti, allineati e coperti. Le foibe in Istria? Meglio minimizzare. I trecentocinquantamila profughi istriani e dalmati, italiani tra i migliori, accolti ad Ancona con sputi, insulti, spintoni? Quattro righe in cronaca. L’eccidio di Porzus, dove i partigiani rossi legati ai titini del Decimo Corpus uccisero una ventina di partigiani bianchi? Silenzio, un bel tacer non fu mai scritto. Nell’eccidio morì anche un fratello di Pasolini, e Pasolini tacque. Gli omicidi in Emilia della “volante rossa”? Episodi isolati, delitti di pazzi e sbandati, spesso delitti comuni trasformati in delitti politici. Non si doveva parlare neppure delle canzoni partigiane: quando scendevano in paese, a Ozzano Monferrato, io ho sentito cantare i partigiani: i bianchi belle canzoni della montagna, i rossi l’Internazionale, Bandiera Rossa e la canzone popolare russa “Katiuscia”, che faceva, tradotta in italiano, “Soffia il vento, urla la bufera”. Non ho mai sentito cantare “Bella ciao”. “Bella ciao”, in origine, era un canto delle mondine emiliane del primo novecento, come “Sciur Parun dalle belle braghe bianche, fora le palanche, fora le palanche”. Nel 1947 Yves Montand l’ascoltò, ne cambiò le parole, ne fece un inno musicalmente evocativo e di grande presa emotiva. Nei giornali e nei caffè di Via Veneto tutti sapevano tutto, ma c’era la “dolce vita”, meglio scherzare sulla “Dolce vita”, sui successi del nostro cinema. A proposito di cinema: nel secolo scorso abbiamo avuto molti attori di valore e nessuno, vedi caso, in grado di vantare un passato partigiano. Dai e dai, alla fine anch’io caddi nel tranello dei buoni da un lato, dei cattivi dal lato opposto. Fu quando “L’unità” pubblicò la notizia di ”Almirante fucilatore”: in quel di Grosseto era saltato fuori un bando del maggio 1944 in cui si comminava la pena di morte ai renitenti alla leva di Salò. Imprudentemente, su “Storia”, feci presente che il pur fascistissimo Giorgio Almirante, nominato Capo di Gabinetto del “Minculpop” (Ministero della Cultura popolare) dal Ministro Fernando Mezzasoma, fu un funzionario di Salò e non un soldato combattente. A parte ciò, è ovvio che un Capo di Gabinetto, anche nella Repubblica delle banane, non firma un decreto ministeriale, può firmare al più (come avvenne) una lettera ai Prefetti sollecitando l’applicazione del bando in questione. La passai liscia, un po’ perché avevo per direttore un galantuomo, un po’ perché ai comunisti non piace passare per fessi. Ma ricaddi nell’errore dopo il ‘68. Non per ostilità preconcetta (il’68 ha segnato una svolta nella vita politica italiana, ha modernizzato il rapporto tra i sessi, ha aperto la strada a importanti riforme, il divorzio, l’aborto, l’accettazione del “diverso”): solo perché, nel’68 e seguenti, si raggiunsero vertici di tragicomica follia. Giovani della buona borghesia con in mano il libretto rosso di Mao, con in bocca il grido “Fascisti, borghesi, ancora pochi mesi”. Intellettuali impegnati, più che a scrivere, a firmare proclami e manifesti. Colleghi di giornalismo che, scavalcando il troppo disciplinato e paludato PCI, aderivano a movimenti operai di nuovo conio, “Potere operaio”, “Avanguardia operaia”, o a sigle bellicose, “Prima linea”, “Lotta continua”, con slogan come “Mai più senza fucile” o “La lotta armata ce l’ha insegnato,uccidere un fascista non è reato”. Gli operai, intanto, più che al paradiso sovietico miravano alla conquista di piccoli comfort borghesi, l’utilitaria, una casetta al mare, la TV a colori. C’era da ridere, visto che nel Paese non soffiava neppure un refolo insurrezionale, visto che l’ipotetico ritorno del fascismo mal si conciliava con la Milano da bere e la politica del deficit spending. Non si rise più quando le Brigate Rosse cominciarono a sparare, quando si infittirono assurdi attentati, attribuibili, questi sì, a gruppi neo-fascisti probabilmente guidati da servizi segreti deviati. Non si rise più quando i sapienti Soloni del mondo radical-chic individuarono nella società capitalista la responsabile di ogni cosa. Le misere condizioni del Terzo Mondo? Colpa del colonialismo. La legge Basaglia attuata a metà, con pochi centri di igiene mentale? Il rimedio sta nell’antipsichiatria, la psichiatria si limita a curare il malato e dimentica la società, causa prima della malattia. L’istruzione dei giovani, dalle elementari all’università? Verrà realizzata consentendo agli studenti l’iscrizione gratuita agli Atenei universitari e la promozione col 18 politico, col 26 politico se studenti poveri. Qui sbottai: scrissi che un laureato per meriti politici restava un asino anche nell’URSS, anche nella Cina di Mao, e subito il Comitato di redazione mi definì “giornalista non democratico”.

Ma bando ai fatti personali. Il tema di questo scritto è la storia, che va ricordata e raccontata senza sconti, per quel che è stata, nella sua cruda verità. Nel 1991 lo storico Claudio Pavone, comunista, ammise che sì, quella del ‘43 – ‘45 fu una guerra civile, un fratricidio. Venne creduto perché solo i comunisti, che avevano creato la favola dei buoni e dei cattivi, potevano impunemente smontarla. Da allora liberi tutti, il re è nudo. Nel 2003 Gianpaolo Pansa, comunista, un amico e un giornalista di razza, pubblicò “Il sangue dei vinti”, vendette oltre un milione di copie, rimase il buon giornalista che era, senza aggettivi. Inutile continuare. Da allora, di quegli anni bui, basta volerlo e si scrive il vero fuor di ogni tesi preordinata. Il guaio è che sono trascorsi settant’anni, la storia, se vecchia, è acqua che non macina più. Oggi, 2018, gli italiani hanno altro a cui pensare, le pensioni, il lavoro che manca, gli immigrati clandestini, il reddito di cittadinanza e la flat-tax. Resta acquisito un dato: le pagine sulla guerra civile possono, se Dio vuole, essere archiviate.

Non c’erano buoni e cattivi, c’erano buoni e cattivi da una parte, buoni e cattivi dall’altra. Ai pochi che, in proposito, vogliono leggere qualcosa di non fazioso, suggerisco, per i partigiani, “I 43 giorni della città di Alba” e “Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio, per i ragazzi di Salò (li ha chiamati così, alla Camera, Luciano Violante) “Tiro al piccione” di Giose Rimanelli e“A cercar la bella morte” di Carlo Mazzantini. Ho un consiglio anche per i tanti nostalgici del ‘68: rileggano, da adulti quali sono, il libretto rosso di Mao, si divertano a sfogliare “Formidabili quegli anni” di Mario Capanna, il fondatore di “Democrazia proletaria”, l’uomo che venne a Roma per fare la rivoluzione e tornò a casa con due vitalizi.

 

ADDIO WANDA

Lo so, questo titolo non vi dice nulla. A chi ha i capelli bianchi, invece, dice molto. E’ il titolo di un pruriginoso volumetto che Indro Montanelli dedicò a “quelle signorine” il 20 settembre 1958, giorno in cui le case chiuse vennero davvero chiuse. Fu un giorno memorabile culminato, in serata, con manifestazioni di pecoreccia goliardia. A Milano gli universitari marciarono dietro a carri funebri carichi di bambole gonfiabili, a Genova, in Piazza De Ferrari, gli allievi del Conservatorio indossarono candidi pepli e, sul tema di “Ifigenia in Aulide”, allietarono il pubblico danzando e cantando versi boccacceschi qui irripetibili. A Torino, rifornite al mattino di volatili in gabbia, le fanciulle“fleur du mal” spalancarono a mezzanotte le persiane delle case chiuse e, tra lazzi osceni, liberarono gli uccelli. L’allegria era ovunque, e così le sfilate di robusti giovanotti vestiti da Drag-Queen, e così i dèfilèe in costume delle più note Dee del sesso del passato e del presente. A Roma una sgangherata banda di orchestrali suonò “e’ morto un bischero” sotto le finestre di casa Merlin, la senatrice che aveva promosso l’odiata legge abolizionista : allorchè la poveretta si affacciò protestando contro l’incivile gazzarra, fischi e pernacchi salirono al cielo.

In realtà si rideva per non piangere: molti maschietti italiani ricordano quel 20 settembre come un giorno di lutto. Bisogna capirli, e per capirli bisogna riandare con la memoria agli anni ante ‘68, quando le gambe delle Kessler facevano scandalo, quando le modeste scollature delle annunciatrici TV venivano coperte con un bocciolo di rosa. Altri tempi: con la morale non si scherzava, i costumi dovevano essere irreprensibili, gli amori castigati.

Qualche esempio. Le ragazze di buona famiglia erano sempre caste e pudiche, sorvegliate da severe schwester svizzere e da mamme occhiute e spesso occhialute, per noi ragazzi ogni via risultava preclusa. Che fare? Non restava che imparare a ballare, a Roma andava per la maggiore l’Accademia Pichetti, tra Piazza Fiume e via Savoia. Nel vasto salone un austero maestro di ballo costringeva imberbi adolescenti coi calzoni alla zuava (che fanno tanto Brithish) a muovere tre passi avanti, un passo di lato, due passi indietro e una giravolta. Penoso il risultato: si ballava tra uomini, roba che oggi neppure in Barbagia o nella Sicilia profonda. Allacciati in un improbabile tango, io e altri amici sgambettavamo alla meglio maledicendoci a vicenda per i pestoni dati e ricambiati, per le mani sudate, per la reciproca incapacità di tenere il tempo della musica. Dopo qualche mese, bene o male, eccoci pronti. L’invito scattava il sabato pomeriggio, alle 5. Puntuali, entravamo timidissimi in eleganti salotti borghesi, fiori e baciamano alla padrona di casa, occhiate vogliose alle ragazze in attesa, sorrisi di circostanza alle cameriere in crinolina che servivano vassoi di pasticcini e bibite analcoliche. E via col ballo. L’invitato più sfigato veniva costretto ad armeggiare al giradischi e, di solito, si vendicava mettendo sul piatto boogie-woogie, fox-trot e altri ballabili veloci. Dopo suppliche e minacce, alla fine ci concedeva un lento. Il lento era la nostra arma segreta, ce l’aveva spiegato Giulio, un compagno che la sapeva lunga. “Vai col lento”, diceva, “e faglielo sentire”! Niente. Le ragazze per bene non sentivano o fingevano di non sentire. Alle 8 in punto, fine della bella serata. Tornava in scena la mamma, “stiamo per andare a cena” si scusava, e ci cacciava. Al limite della porta l’ultimo infruttuoso tentativo : “un bacio, un bacetto, una carezza”, supplicavamo. Niente. Dovevamo accontentarci di un “ciao” sussurrato sottovoce.

Sul sottostante marciapiedi, digiuni e neri di rabbia, confrontavamo i nostri fallimenti.“Ma almeno, l’hai stretta alla vita ?” “No, voleva che ballassi a distanza”. “Dì la verità, un bacino sul collo…”. “Ci ho provato”. “Neppure gli occhi dolci ?” “Neppure “. “La verità è che vogliono essere sposate, vogliono il matrimonio “. A questo punto scattava la ritorsione : un vaffa, una misera colletta e via, partenza in gruppo con sosta da Wanda o da Marinella Bocca di Rosa.

Sì, andava proprio così, le case chiuse erano, per tutti, il refugium peccatorum. Non contavano le differenze di classe, di ceto, di opinioni politiche o sportive. Una visita a Marinella valeva sempre la candela. Erano brevi incontri, senza rimorsi, senza rimpianti, senza il peso del peccato. Erano faccende da sbrigare in fretta, per liberare i sensi, per sentirsi di nuovo a posto, anima e corpo. Le ragazze, anche le ragazze di borgata, sapevano e, tacitamente, accettavano: difendere la virtù, allora, sembrava normale, la verginità era un valore, l’abito bianco significava purezza, non come adesso che si vedono spose in bianco con due figli in braccio, spose in bianco al terzo matrimonio.

Adesso, già, adesso: per me, che mi avvicino ai 90, è duro accettare il presente. In famiglia pensano che io debba essere rieducato. Devo chiamare gli omosessuali gay, devo farmi piacere i gay pride, le nozze gay, il genitore 1 e il genitore 2, devo accogliere di buon grado i transessuali, le drag-queen e i transgender. Mi sforzo, cerco di adattarmi al nuovo che avanza ma, lo ripeto, è proprio dura. Sento che molti giovani non hanno mai incontrato una vergine e, considerato quel che c’è nelle strade, non stento a crederli: nei quartieri di Roma, meglio, nei quartieri di ogni città italiana, il passeggio di donne in vendita è incessante, notte e giorno. Nulla a che vedere con Bocca di Rosa: sono persone dal sesso incerto, volgari, sguaiate, trucide all’aspetto e nel linguaggio. Passeggiano seminude: nei dintorni di casa mia, volendo, l’occhio va da una nigeriana a culo nudo ad una rumena in topless, senza trascurare alcune italiane che sono in realtà baldi trans.

Da bambino, se ci ripenso, non ho mai visto una prostituta in pubblico. Da giovane, se ci ripenso, le prostitute stavano nelle “case di tolleranza”. Da vecchio, se ci penso, quelle case erano una civile risposta al vizio, parificabili a benemerite istituzioni. Le signorine si avvicendavano di quindici in quindici giorni, il controllo della polizia era ferreo, la visita del medico quotidiana. Si dirà: e i papponi? C’erano anche loro, ma pochi, e tutti noti alle forze dell’ordine. “Sono i nostri fidanzati”, dicevano le tante Marinella. Qui Lina Merlin aveva visto giusto. Anche le tante Marinella hanno un cuore, anche Marinella, come ogni essere umano, ha bisogno di affetto.

Ho conosciuto la senatrice Merlin. Era una brava persona, una socialista tutta d’un pezzo convinta di poter sconfiggere, dopo il fascismo, il mestiere più antico del mondo. Chi, in buona fede, affronta una battaglia ideale, riesce sempre a intenerirmi. Parlammo a lungo, non infierii. Le dissi soltanto: “Non crede di aver sbagliato ?” Lina Merlin rispose quasi piangendo : “Ma io combattevo per la libertà e la dignità delle donne, volevo un mondo migliore…”. Inutile replicare. Il mondo nuovo, il mondo migliore, è un sogno ricorrente di generazione in generazione. Si parte entusiasti, si arriva delusi, spesso rimpiangendo il vecchio mondo.

Oggi, in Parlamento e non solo, si parla di quartieri “a luci rosse”, di rioni lontani e appartati con le prostitute in vetrina, di centri del sesso “off limits” ai minorenni. C’è, addirittura, chi auspica la riapertura di “quelle case”e il ritorno di Wanda. Parole, nient’altro che parole. Tranquilli, non succederà nulla. Tanto, come scrivono i quotidiani, l’Italia è tutta un casino.

LA GRANDE BELLEZZA

Sono trascorsi due anni dal film premio Nobel di Sorrentino, Roma è ancora bella ma la sua è una bellezza stanca, sciupata, ogni giorno più avvizzita come capita alle signore avanti con gli anni che cercano, imbellettandosi, di nascondere le rughe. Se ne sono accorti anche i turisti : si aggirano fra piazze e vie di struggente fascino in abiti da spiaggia, si lavano nelle fontane rinascimentali, ridono mangiano dormono all’ombra di monumenti millenari convinti che qui, a Roma, si può fare tutto, e sono chiassosi e maleducati perché la sporcizia e il disordine chiamano altro disordine, altro e più vasto sudiciume.

Non sono romano ma amo questa città. Nel 1950, quando, dal nord, la mia famiglia si trasferì nella Capitale, Roma era più piccola e sorprendentemente bella. Dico sorprendentemente perché allora, in Piemonte, andava il motto “da Firenze in giù tutta terra in più” : a Torino non si affittavano case ai meridionali, chi nasceva nella “bassa” era un terrone, fra nordisti e sudisti non c’era partita. Nulla di meno vero. I romani erano caciaroni, però simpatici e bonari, in città ci si voleva bene, ricordo che a Natale molti portavano ai vigili spumante e panettoni, coi laziali bastava uno sfottò. La città finiva a Ponte Milvio, all’Alberone, a Piazza Bologna : in periferia la Garbatella aveva una sua dignità edilizia, all’EUR c’era già la metropolitana, le mura Aureliane svettavano lontane, al di là di un lungo prato. Al Colosseo, in via dei Fori imperiali, si respirava davvero la grande bellezza che fu. Il caos venne dopo, complici i palazzinari e la corruzione comunale, il declino è adesso.

Ho parlato della Roma d’antan perché, nella Roma di oggi, capita raramente di vedere qualcosa che sia nuova e bella. Io l’ho vista, ne voglio far partecipi tutti. E’ la stazione-museo della metropolitana C, a San Giovanni, appena al di là delle mura. Si entra in un vasto salone, il pavimento e le pareti, in marmo chiaro, riflettono ovunque luce ed eleganza. Ad accogliere il visitatore ci sono statue, anfore, frammenti di statue: altri reperti, monili e oggetti d’uso quotidiano, fanno capolino da bacheche in vetro corazzato. Piantine, disegni, accurate ricostruzioni in scala (opera di qualche bravo quanto raro addetto alla Soprintendenza dei Beni Culturali) spiegano, in italiano e in inglese, che quel che si vede è stato trovato negli scavi della galleria: lì sotto c’era la villa di un Paperone di età imperiale, ecco come viveva. Trascorrere mezz’ora tra i resti dell’antica villa imperiale non nutre solo la mente, fa bene al cuore, rallegra lo spirito. E’ così che bisogna presentare una grande capitale, è così che si fa capire agli stranieri il valore, l’importanza, il significato di una città che è stata Caput Mundi.

Resta una domanda : perché allestire solo a San Giovanni una stazione- museo? A Roma le fermate della metropolitana dovrebbero avere, ciascuna, un ingresso museale: nel sottosuolo non sono certo la statue, i reperti, i cocci che mancano. E’ una domanda senza risposta. Se ci fossero dieci stazioni museo la metropolitana romana sarebbe la più bella del mondo, un unicum irripetibile, una nuova e diversa grande bellezza da brividi.

IL TRAMONTO DELL’OCCIDENTE

 

Nel 1918, quando scrisse “Il tramonto del’Occidente”, Oswald Spengler venne giudicato dai più un menagramo, un filosofo della storia affetto da inguaribile pessimismo. La prima guerra mondiale, il crollo degli Imperi Centrali, la nascita dell’URSS, erano stati avvenimenti drammatici che avevano cambiato l’Europa: ma sostenere che questo cambiamento coincideva con l’inizio della decadenza del Primo Continente era, all’epoca, un azzardo intellettuale. L’Europa restava pur sempre la culla della civiltà, il centro del potere e il cuore della cultura mondiale. Gli altri Continenti non potevano paragonarsi ala Vecchia Europa : contavano poco, spesso, come l’Africa, come parte dell’Asia, ne erano succubi economicamente e militarmente oppure,come l’Australia,erano “Dominions”inglesi. Nelle Americhe facevano eccezione gli Stati Uniti: un grande Paese, nei secoli meta di emigranti europei e perciò stesso legati all’Europa. Io, che sono nato nel 1930, ho un nitido ricordo dei miei primi studi di geografia: accanto alla cattedra dell’insegnante c’era sempre un mappamondo e, sul mappamondo, allora, spiccava il color rosa. Rosa era il colore dell’Inghilterra, del Commonwealht, delle colonie inglesi: mezzo mondo era in rosa. Seguiva il blù, il colore della Francia e dei territori d’oltremare. Anche la Spagna, il Portogallo, il Belgio, l’Olanda, avevano le loro colonie a colori, e infine, qua e là, ecco il verde delle colonie italiane in Africa. In parole povere: l’Europa dominava il mondo, ne era l’indiscussa padrona, ovunque esercitava la sua influenza.

Cent’anni dopo tutto è cambiato, basta guardarsi intorno o guardare un mappamondo. La Cina, gli Stati Uniti, la Russia, sono potenze intercontinentali cui è difficile opporsi, la globalizzazione, la robottizzazione, la dislocazione degli impianti produttivi in Paesi di nuova industrializzazione, sono realtà cui è impossibile opporsi. Per l’Europa i nostri sono giorni amari, specie per l’Europa di oggi, unita di nome ma divisa di fatto, d’accordo solo sul non essere d’accordo. La salvezza, si dice, sta nell’innovare, nel reinventarsi, nel creare nuove più proficue occasioni di lavoro. Sarà. Resta il fatto che ogni innovazione, ogni “app”, equivale ad una conquista tecnologica, ma espelle l’uomo dal processo produttivo. Quando la disoccupazione avanza, in Italia e non solo, ha ancora senso parlare di “decrescita felice” ? Quando, con la disoccupazione e la precarizzazione del lavoro, aumenta la paura del domani, ha ancora valore la democrazia, il Governo eletto dal popolo? Non è un caso se i Paesi autenticamente democratici diminuiscono di numero mentre crescono e si rafforzano i Paesi guidati da “un uomo solo al comando”. Ovvia la conclusione. Se questo è l’avvenire che ci attende Oswald Spengler aveva visto lontano, l’Europa sta davvero avviandosi sul viale del tramonto, della decadenza, dell’irrilevanza politica, economica, militare, culturale.

Dando per vero tutto ciò, sarebbe comunque prematuro fasciarsi la testa. Il declino di una civiltà è un processo lento, a volte lentissimo. La vita di un grande Impero, sostengono gli storici, varia fra i mille e i millecinquecento anni, un calcolo che vale per l’Egitto dei Faraoni, per Babilonia, per la Grecia di Pericle, per la Roma dei Cesari, per Bisanzio, per la Cina della dinastia Ming e così via elencando. Il collasso, quando arriva, è sempre improvviso, motivato dalle più diverse cause: una guerra, una scoperta rivoluzionaria, l’incapacità del popolo di accettare i sacrifici e le sfide che avevano reso forti e vincenti i loro antenati. L’Occidente, va da sé, non è ancora al collasso, l’Europa sa che soltanto l’unione degli Stati che la compongono può consentirle un gioco ad armi pari col resto del mondo: ma resta inerte, chiusa in miopi egoismi che rasentano il “cupio dissolvi”. “Padroni a casa propria”, si grida in Italia e non solo: basta una occhiata al mappamondo per capire che essere padroni, o sovrani, di un Paese geograficamente minuscolo significa essere padroni di niente, significa stringersi nei confini nazionali, vivere nell’autarchia, escludersi dalla guerra dei dazi in corso tra i nuovi Imperi, la Russia, la Cina, gli USA di Trump. Il sovranismo, in sostanza, è l’anticamera del declino e, nei fatti, segna la fine del Primo Continente, dell’Europa che conosciamo.

IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO PARTE I, II, III

Parte I

Alla fine, in Grecia, il bankomat erogava al massimo 20 euro a persona. Tanto valeva arrendersi. A nulla erano servite le manifestazioni popolari, gli scioperi, gli scontri di piazza e le proteste per le crescenti difficoltà economiche. Non si vive con 20 euro al giorno. Tornò la troika, il cappio di una più crudele austerity si strinse intorno al collo degli ateniesi, degli elleni tutti. Così, con la forza dei numeri, il Paese in rivolta venne domato e L’Unione Europea ebbe partita vinta. D’altra parte, che fare ? L’alternativa era il fallimento, l’inflazione a due cifre, la crisi Argentina trasferita pari pari sulle sponde dell’Egeo.

Chi legge, oggi in Italia, il “contratto”che unisce al Governo la Lega e i Cinquestelle, non può che ripensare ala vicenda greca. Il tanto auspicato Cambiamento, se davvero realizzato, comporta spese ingenti, meglio, spese insostenibili per le nostre finanze. Quando dalle parole si passerà ai fatti, la realtà salterà agli occhi di chiunque la osservi,sostenitore o oppositore del Governo che sia. Saremo, allora, nuovamente di fronte al mitico interrogativo leninista: “che fare”? Rispetto al passato, Lega e Cinquestelle hanno comunque un asso da giocare : l’UE, in questo momento, non è il cerbero che era, è duttile, possibilista, disposta a varie concessioni. Molti, a Bruxelles e a Strasburgo, hanno compreso che un’Unione non può reggersi sulla sola moneta, che bisogna allargare le maglie, aprirsi al nuovo che avanza, contrastare populismo e sovranismo con una politica, anche qui, di cambiamento. L’Italia, se giocherà bene le sue carte, potrà ottenere non tutto ciò che chiede ma, certo, il “parecchio” di Giolittiana memoria. Lungo il cammino, però, Lega e Cinquestelle incontreranno altri e più gravi ostacoli, forse ostacoli insormontabili : i mercati, i piccoli e grandi investitori. I mercati, com’è noto. non hanno cuore, ragionano con la freddezza di un computer, investono il danaro se e dove rende. Nel loro orizzonte la stella polare è un’economia stabile, i conti in ordine, il debito pubblico sostenibile. Il neo Ministro Tria, presentando alle Camere il DEF, ha detto chiaramente che il nostro Paese, per pagare gli interessi su un debito pubblico di 2300 miliardi di euro, ha bisogno di oltre 400 miliardi annui, e quindi ha bisogno dei mercati. Riusciremo a rassicurare i mercati una volta attuata la flat-tax, la modifica della Legge Fornero, il reddito di cittadinanza ? Questa la domanda cui, per ora, nessuno sa rispondere. Tanto più considerando che il QE della Banca Centrale Europea verrà ridotto nel 2018 e cesserà del tutto nel 2019, quando anche Draghi lascerà la BCE per fine mandato.

Il Governo Lega Cinquestelle, al momento, ha limitato la sua azione ad una politica d’assaggio, i migranti, il censimento dei Rom, due temi di sicuro impatto popolare e dai costi limitati. L’aiuto dell’Europa, per quel che riguarda i migranti, è pressochè scontato: più soldi,più Frontex,una più equa ripartizione degli sbarchi. Quanto ai Rom, fuor da polemiche spesso pretestuose, il costo è zero: troppi nomadi vivono di espedienti, non pagano le tasse, non mandano i figli a scuola. Con loro basta applicare le leggi in vigore e punire, come avviene per tutti i cittadini, chi commette un reato, senza odiose discriminazioni, senza immotivate espulsioni.

Restano da affrontare i veri problemi, e cioè la polpa del Cambiamento : è qui che si gioca la reale durata del Governo, la stabilità dell’economia, la solvibilità del debito pubblico. Personalmente non sono ottimista. Quando la posta è troppo alta, di solito, si finisce fuori strada.

Non sono ottimista ma, pensando al futuro, ritengo impossibile il grande Cambiamento promesso e, al contrario, possibile una serie di piccoli, utilissimi cambiamenti. Prendiamo ad esempio il reddito di cittadinanza : il Vice Premier Di Maio ha già ammesso che sarà necessario rinviarlo al 2020 dato che “i Centri per l’impiego non funzionano”. Qui sta il punctum dolens dell’intera nuova politica governativa. In Italia, a livello burocratico, non funziona quasi nulla : leggi varate dal Parlamento e non operative per mancanza dei decreti attuativi, decreti che restano impantanati nei mille uffici dei Ministeri, normative incomprensibili perché scritte con voluto sadismo, codici d’appalto complicati come quiz cinesi, leggine che, prima del via, necessitano del placet di 20 o 30 Enti diversi e,spesso, in contrasto fra loro. Disboscare questa foresta significa fare del nostro Paese un Paese normale, più semplice, più giusto, libero da quei lacci e laccioli di cui parlava Guido Carli e che sono il maggior impedimento all’aumento del reddito pro capite e alla produttività del lavoro. Disboscare significa altresì combattere una volta per tutte i poteri forti,l’alta dirigenza ministeriale.Oggi i “gran commis” dello Stato si sentono intoccabili : il loro motto è “i ministri passano, noi restiamo”. Cambieranno idea solo in presenza di pochi, o forse molti licenziamenti mirati. Non sarà facile. E’ un compito in cui si sono cimentate generazioni di uomini politici, una battaglia degna “dei cavalieri che fecero l’impresa”.

Se gli attuali governanti si cimenteranno nell’”impresa”, e avranno successo, chi li ha votati potrà dire che, alle urne, ha visto lontano. Di Maio ricorda,al’aspetto,il bravo ragazzo “buonista”, Salvini è il “cattivone” di turno : forse, a breve, litigheranno, forse, all’opposto, riusciranno insieme a fare qualcosa, magari poco, ma qualcosa di utile. Dato e non concesso che sia sì, chi, a tempo debito, li sostituirà a Palazzo Chigi avrà certo la strada spianata per guidare al meglio l’Italia.

Parte II

IL CAMBIAMENTO IN PEGGIO

Un giornale”, scriveva Indro Montanelli, “serve due volte : la prima per leggerlo, la seconda per incartarci il pesce”. Il vecchio Indro aveva perfettamente ragione. Quando, con leggerezza, buttai giù IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO, la strana coppia Di Maio-Salvini si era appena insediata a Palazzo Chigi : per loro, a titolo di incoraggiamento, previdi quanto di meglio possibile, ossia non un grande cambiamento ma tanti piccoli utilissimi cambiamenti. Sbagliavo. Avevo scritto il solito pezzo giornalistico buono per quel giorno e per i pochi giorni successivi. Chiedo scusa, faccio ammenda. Oggi, dinanzi al nulla che si è verificato (tralascio il Decreto Dignità, fonte di litigi più che di posti di lavoro) sento il dovere di cimentarmi in un nuovo articolo sul GOVERNO DEL CAMBIAMENTO. Siamo alle soglie dell’autunno e stavolta, lo premetto, sono molto meno ottimista. Spero di esagerare, di vedere il buio oltre la siepe, ma temo che si vada al Di Maio-in peggio, al si Salvi(ni) chi può.

La realtà è sotto i nostri occhi.In Italia la strana coppia parla, traccheggia, promette, minaccia e non decide. Per dirla con Dante Alighieri il nostro “è il bel Paese dove il no suona”. Anche in Europa non accade nulla. Incontri, riunioni, chiacchiere inutili, impegni firmati e mai attuati. Nella UE, al momento, vige la legge del Menga : chi ha qualche problema se lo tenga. Sono vecchio e, se torno con la memoria al passato, mi cadono le braccia : ero un ragazzo quando Altiero Spinelli, dal carcere di Ventotene, stilò il Manifesto sull’Europa Unita, ero un giovane adulto quando Schumann, Adenauer, De Gasperi e pochi altri giganti politici diedero vita alla Ceca, la Comunità Europea del carbone e dell’acciaio, ero un anziano quando, finalmente, nacque la UE. Ricordo che, da noi, tutti vedevano nella UE il Mondo Nuovo, un mondo senza conflitti esterni, senza contrasti interni. Invece era un sogno che, con gli anni, si è pian piano sbiadito. Oggi, a Bruxelles, non ci sono giganti politici, ci sono ometti di modesta levatura, interessati più che altro ai giochi di potere, alla poltrona, alla carriera personale. La UE non esiste, esiste solo la BCE, la Banca europea, perché solo la moneta ha goduto di una cessione di sovranità. I Commissari, a Bruxelles, fingono di governare : in mancanza di altre cessioni di sovranità sono impotenti, hanno la consistenza dei fantasmi. La loro inutilità è pari a quella del Parlamento europeo : a Strasburgo, visto che contano poco o niente, i deputati vengono scelti dai rispettivi Paesi tra la bassa forza, raccomandati di ferro, amici e parenti, candidati trombati alle elezioni interne. I poveretti, per passare il tempo, si dilettano in provvedimenti ameni, risibili, a volte davvero fastidiosi : l’altezza delle spighe di grano, il Bio si o il Bio no, i pomodori a forma quadrata, la dimensione delle zucchine e dei cetrioli, l’appassionante tema sull’ora legale-ora solare. Così, ovviamente, non si può andare avanti. Che fare con la Brexit ? E coi migranti ? E con i “niet” del riottoso gruppo di Visegrad ? Se la risposta è sempre incerta, un “ni”, la UE rischia l’implosione, e c’è poco da ridere.

Mi sono soffermato a lungo sull’Europa perché i compiti del duo Giggino da Pomigliano-Matteo da Bergamo hanno molto a che vedere con la UE. A breve l’Italia dovrà approvare il DEF, la legge sul bilancio dello Stato : sarà, con ogni evidenza, uno scontro fra la strana coppia e il neo Ministro dell’economia Tria (sostenuto, dietro le quinte, dal Presidente Mattarella). Se vinceranno Giggino e Matteo (flat-tax, reddito di cittadinanza e via cantando) sfonderemo alla grande i parametri europei con conseguente Spread alle stelle, crescita del debito pubblico, investitori in fuga. La UE, con la minaccia di un massaggio alla greca, si preparerà ad inviarci la Troika, il professor Paolo Savona, anticipando la UE, tirerà fuori dal cassetto il “Piano B”, nel disastro generale molti connazionali mediteranno di emigrare in massa in Svizzera.

A questo scenario da paura se ne aggiunge, in alternativa, un altro, meno drammatico: la crisi del Governo giallo-verde, lo scioglimento delle Camere e, nella primavera del ‘19, nuove elezioni. Non si tratta di un’ipotesi fantasiosa. Ho parlato di “strana coppia” perché Giggino e Matteo hanno in comune l’essere entrambi populisti, anti-sistema e contrari, se non all’Europa, a “questa” Europa. Punto e basta. Stanno insieme per via del contratto che hanno firmato ma, nei fatti, la pensano diversamente quasi su tutto. Le stelle polari dei cinquestelle sono due, la difesa della natura, la lotta alla corruzione. Per realizzare un programma tanto impegnativo dicono una serie di no : no alle grandi opere, dove le tangenti sono più ricche, no ai grandi appalti, dove gli avvocati giocano a rimpiattino fra leggi, leggine, clausole ostative ed eccezioni alle stesse. No alla Tap che rovina il bel paesaggio naturale della Puglia, no alla Tav che costa e forse non rende. E’ l’attuazione pratica del proverbio popolare “chi non fa non sbaglia” : nel nostro caso non sbaglia e resta incorrotto e incorruttibile come Robespierre. Un caso esemplare ? L’Ilva di Taranto. Beppe Grillo medita di trasformarla in un parco, con alberi, vialetti, aree-gioco per i bambini e, annesso, un vero museo del duro lavoro dei tempi andati. Ha letto che in Belgio, a Marcinelle, e in Germania, nella Ruhr, hanno fatto qualcosa del genere : via le miniere, avanti con un bel parco-museo a tutela dell’ambiente. In Belgio e in Germania, va da sé, i lavoratori sono stati impiegati altrove. Ma a Taranto ? Dove trasferire i 14 mila operai dell’Ilva che, con l’indotto e i nuclei familiari, sono l’intero tessuto cittadino ? Lasciarli a spasso, paghi del solo reddito di cittadinanza ?

Inutile continuare. Quello dei cinquestelle, a mio parere, non è un programma politico, è la visione di un’Italia piccola piccola, rurale, vecchiotta, non tecnologica, dove si realizzano soltanto piccole opere, dove si vuole dare alla gente l’impressione che tutto cambi mentre nulla cambia.

Matteo Salvini, all’opposto, vuole un Paese moderno, tecnologicamente avanzato, libero da lacci e laccioli burocratici. Le grandi opere sono necessarie, si possono discutere ma non vanno fermate: la Tav non è una galleria tra Lione e Torino, è un tratto della linea ad alta velocità che congiungerà Madrid a Kiev. Per Salvini, e per la maggioranza dei settentrionali, un treno che in tre ore attraversa la pianura padana rappresenta un’assoluta priorità, e come tale va fatto. Lo stesso dicasi per la Tap, il gasdotto partito dall’Azerbaijgian che ha già raggiunto l’Albania e che può essere completato con il breve percorso italiano. Quanto all’Ilva, basta con le parole, i rinvii, gli inutili balbettii : si trovi un accordo, si salvino i posti di lavoro degli operai di Taranto. E si vada a costruire il parco-museo nel Sulcis-Iglesiente, in Sardegna, dove le miniere di carbonella non riapriranno mai.

Lega e cinquestelle, in breve, sono in disaccordo su molte cose, soprattutto sulle cose che contano. Anche in tema di difesa della natura, anche a proposito di lotta alla corruzione. Per Salvini la natura va difesa con le ruspe : c’è un milione di case che deturpano le nostre coste, vanno abbattute con le ruspe. La lotta alla corruzione, poi, non si fa accettando concorsi-lumaca e appalti confusi : si fa con coraggio e maniere spicce, sveltendo la burocrazia, licenziando i “furbetti”, riordinando il mare di leggi e leggine in contrasto fra loro, accelerando gli iter processuali.

Se questa è la situazione, e lo è, penso che in autunno la strana coppia arriverà ai ferri corti. Litigi, insulti, rinfacci e, infine, la caduta del governo giallo-verde e la conclusione della legislatura. Lega e cinquestelle, oltre tutto, sono ciascuno convinti di vincere il prossimo turno elettorale. La Lega è certa di avere un suffragio popolare intorno al 40%, lo stesso dicasi per i cinquestelle. Quanto basta per governare da soli.

Non azzardo previsioni. Sento soltanto che tira una brutta aria. Agli italiani è stato promesso troppo, realizzare qualcosa di concreto con pagamenti in deficit può portarci al tracollo. I mercati, l’Europa, il fantomatico “complotto dei poteri forti” ci attendono al varco. Un debito pubblico in aumento non sarà una “decrescita felice”, sarà un peso insostenibile per noi, per i nostri figli e nipoti. Finiamola qui. Anziché fasciarci anzitempo la testa, è meglio cercar di chiudere con un sorriso : “I posteri” ? come sentenziò Woody Allen, “Ma che si arrangino ! Dopo tutto, che cosa hanno mai fatto di buono i posteri per noi ?”.

Parte III

ASPETTANDO IL CIGNO NERO

Ho scritto due pezzi sul Governo del Cambiamento, questo è l’ultimo. Sono stufo di seguire le capriole della strana coppia, con loro la realtà supera sempre la fantasia, quel che si ipotizza oggi viene smentito domani, neanche i quotidiani e i telegiornali riescono a tenere il passo. Di Maio e Salvini dicono, disdicono, si contraddicono, capire dove andranno a parare (o a sbattere) è quasi impossibile, meglio star fermi e aspettare. Personalmente non ho cambiato opinione, la vedo nera. Quando sento parlare il duo “Salvimaio” avverto, lontana, un’eco del tempo che fu: al mondo che li critica Matteo risponde “me ne frego”, alle agenzie di rating che minacciano di declassarci Gigi replica “avanti lo stesso”, con gli economisti bastian contrari i “Salvimaio” vanno per le spicce, promettono bruschi “non ci fermeranno”.  Mio Dio, quanti ricordi: sento l’eco di parole d’ordine di un passato che non passa, “molti nemici molto onore”, “noi tireremo diritto”, “se avanzo seguitemi” e via delirando.

Oggi (domenica 14 ottobre), non contenti di aver abolito la povertà, soppresso i vitalizi, tagliato le pensioni d’oro, Matteo da Bergamo e Luigi da Pomigliano hanno partorito – tra un me ne frego e l’altro – un’ideona che neppure il Mago Otelma: affidare tutto allo Stato imprenditore. In un Paese, il nostro, che è sempre stato governato male e amministrato peggio, pensare che lo Stato possa salvare l’Alitalia, ricostruire il ponte di Genova, rilanciare gl investimenti e creare nuovi posti di lavoro è un’idea peregrina, un volo acrobatico equivalente al giro della morte senza rete. Lo vuole il popolo, spiegano convinti i due Vice Premier. Appunto. Il popolo, nel Governo del Cambiamento, è il faro di questa povera Italia, il novello Duce: stia zitto il Presidente del’INPS, stiano zitti il Governatore della Banca d’Italia e il Presidente della Corte Costituzionale, ma chi credono di essere, non sono stati eletti dal popolo, non hanno alcun titolo per interferire con quanto il popolo ha deciso. Ovvia la conclusione: lor signori scelgano, “si dimettano” o “si candidino alle elezioni che verranno”.

A Palazzo Chigi, convocati da Giuseppe Conte, i dirigenti dei maggiori Enti statali e parastatali si sono subito allineati: pronti alla singolar tenzone, hanno assicurato una collaborazione attiva e fattiva. Non è chiaro se il loro “sì” sia frutto di sincera convinzione o dipenda dal timore di perdere la poltrona. Rocco Casalino, portavoce di Di Maio, un uomo in lutto per la caduta del ponte di Genova e per la personale rinuncia al ponte di ferragosto, ha già anticipato che, con i criticoni, “il 2019 sarà l’anno di un generale sfoltimento dei ranghi”. Rocco non è stato smentito, solo Tria, che conta poco, si è defilato. Allegria, dunque: con Matteo e Luigi al lavoro sarà tre volte Natale e festa tutto l’anno.

Anche il popolo, comunque, parteciperà al salvataggio del Paese: se l’Europa, Soros, i mercati e le banche straniere si asterranno dall’acquisto dei Bot italiani, starà al popolo, cioè a noi tutti, il compito di sostituirli mettendo mano al portafoglio. Per ora, l’acquisto dei Btp è solo un invito del Premier: potrebbe, però, diventare un’esortazione e, forse, un’imposizione, qualcosa che sa di nuova patrimoniale, che ci riporta al “date oro (in euro) alla Patria” e all’autarchia del “comprate italiano”. Lo sapremo a fine mese: dopo la bocciatura del DEF da parte dell’Unione europea, un possibile “downgrade” dei nostri titoli pubblici ad opera delle agenzie di rating porterà lo spread alle stelle. Nell’ipotesi jellata che i Btp vengano equiparati a “spazzatura” il patatrac sarà totale perché, per legge oltre che per convenienza, nessuno all’ estero potrà più acquistarli e, ove già li possegga, dovrà venderli o meglio svenderli. A questo punto la congiunzione astrale definita dal ministro Paolo Savona col nome di “cigno nero” diverrà realtà, e le conseguenze saranno “il piano B”, l’uscita dalla UE e dall’euro, la “tempesta perfetta” e il ricorso ad una moneta (la nuova lira) svalutata.

Crepi l’astrologo, naturalmente, e auguriamoci che le previsioni funeste non abbiano fondamento. Resta il fatto che stiamo viaggiando sul Titanic, qualche preoccupazione è d’obbligo. Io, lo ripeto, resto pessimista: pessimista ma, considerata la mia età, non preoccupato. A quasi novantanni sono un intoccabile. Se incorro in una contravvenzione me la prendo comoda, pago al limite dei cinque anni, se risulto indagato civilmente o penalmente confido nei tempi lunghi della magistratura, non posso finire ai ceppi neppure se colpevole, sono, come dicevano i latini, “legibus soluto”. Ormai, a preoccuparmi è solo la salute. Se avrò salute resterò a guardare il Governo del Cambiamento alle prese con altre, inedite, invenzioni, con altre, imprevedibili, giravolte. Invito i coetanei ad imitarmi: insieme, poco ma sicuro, ne vedremo dellle belle.

 

 

LA CLASSE DEGLI ASINI

Quando gli inglesi possedevano mezzo mondo, agli indigeni insegnavano il “pidgin english”. Il “pidgin” è un inglese semplificato, 300 parole più “buana” (padrone) e “asante”(grazie), benevola concessione ai dialetti locali. 300 parole: quanto bastava per farsi capire e, soprattutto, obbedire. Stephen K. Bannon, l’uomo che ha guidato Donald Trump nella trionfale marcia alla Casa Bianca, gli ha insegnato a parlare al popolo in 140 caratteri: gli slang e le parolacce di contorno sono opera dello stesso Donald, che in questo campo è un maestro. Un Tweet e via: Trump dice, disdice, nega, promette, assume, licenzia, lancia parole d’ordine, comanda. E sempre in 140 caratteri, che valgono in quanto postati con la sicurezza di chi è nel giusto. Risultato? Un successo! Milioni e milioni di ignoranti hanno finalmente per interlocutore un ignorante come loro, uno che non si è acculturato sui libri, che al massimo sfoglia comics e spy-story, che non sa niente se non fare soldi per fare altri soldi, che vive scrive parla sui“social”come si parla al bar sotto casa. Frasi brevi, concetti incisivi , la convinzione che si possa cambiare una società complessa con piccoli facili artifici alla portata di chiunque.

Siamo chiaramente di fronte ad una regressione culturale che, dati i tempi, è anche epocale. Trump, infatti, non è l’unico ignorante al potere. Nel mondo, oggi, diminuiscono le democrazie, aumentano le demokrature degli uomini soli al comando. E’il popolo che li vuole, è il popolo che li ha votati e li segue.

In Italia i cinquestelle navigano sulla stessa lunghezza d’onda. Governano twittando sui social, chi li legge, spesso digiuno di studi e di esperienze lavorative, si lascia presto convincere. I social sono la nuova classe degli asini: andrebbero aboliti, non si può perché nessuno vuole inimicarsi i colossi economici con bilanci a sei zeri da cui dipendono. Ho già visto altri ignoranti in cattedra: in Europa i sessantottini che schernivano i docenti universitari, in Cina le guardie rosse di Mao che umiliavano i professori costringendoli a sfilare con in testa un cappello di carta da somaro. Stavolta è diverso, è qualcosa che, da noi, promette di durare. Capisco il popolo dei grillini, animato dalla rabbia di chi si sente escluso, non capisco i parlamentari grillini: i loro curricula lasciano interdetti, titoli di studio raccattati qua e là, lavoretti raffazzonati, poca esperienza, nessuna competenza. “Uno vale uno” ha senso in Chiesa, non vale nel campo del lavoro e della vita vera. La democrazia diretta è un’utopia, pur se nobilitata dalla piattaforma Rousseau: ha trovato attuazione solo una volta, in Grecia, nella Polis ateniese del IV° secolo A.C., e subito Platone, e dopo di lui tutti, si sono affrettati a dichiarare che il popolo vota, ma affida le “redini del potere” ai filosofi, ai sapienti, agli ottimati, ai migliori. Inutile dilungarsi oltre. Ricordo i parlamentari della prima e seconda Repubblica: opinioni politiche a parte, erano uomini di vasta cultura, politici meritevoli di rispetto e non di facili ironie.

All’inizio, lo confesso, ho guardato con un misto di ammirazione e di incredulità Luigi Di Maio. Ci vuole coraggio al limite dell’incoscienza per affrontare in pubblico platee di cittadini, per cimentarsi all’estero con i grandi della terra, per duellare con economisti di lungo corso e con politici navigati, smaliziati, abilissimi nell’attacco e nella difesa. Infatti, è andata come doveva. Prima, impuntature quasi infantili, poi una rapida ritirata sino a scoprire il “bluff”. La legge finanziaria che non decolla, il Governo del Cambiamento che non cambia, affannato in insensati spoil-systems e in assurdi veti, le Regioni del nord quasi in rivolta, decise a far da sole per rimettere in moto l’industria.

Le classi degli asini, Italia a parte, avranno vita breve. Trump può twittare quel che vuole, ma alle spalle ha uno staff di consulenti di prim’ordine, in qualche modo gli Stati Uniti riusciranno a uscire dal guado. La Cina è un gigante economico, non pretende di essere democratica, sarà, avversaria o amica, l’incognita del futuro. Anche molti Paesi del vecchio Occidente, ora guidati da politici tanto mediocri quanto supponenti, resteranno in piedi: Germania e Inghilterra hanno una burocrazia che funziona, in Francia l’ENA (école national d’administration) è la miglior classe di dirigenti statali che esista.

Noi, usando un eufemismo, non abbiamo una classe burocratica che il mondo ci invidia. Dobbiamo arrangiarci, cercare nelle riforme un’uscita di sicurezza. Noi non abbiamo neppure un ceto politico di riserva.

A maggio, quando Salvini staccherà la spina, i grillini saranno dimezzati e la Lega potrà fare il suo Governo di destra. Ma cosa porterà in dote? Temo poco o niente. I decreti attuativi di “quota 100”, approvati col consueto ritardo, daranno scarsi frutti e lo stesso dicasi per il reddito di cittadinanza varato senza nuovi centri per l’impiego, senza navigators, senza controlli. Quello di Salvini, con ogni evidenza, sarà un Governo guidato dal mondo industriale: via ai mille lavori bloccati da Toninelli, largo agli investimenti, maggiore attenzione al lavoro, ai contratti di lavoro, ai lavoratori. E le “coperture”? Questo il vero problema. Non ci sono soldi per fare tutto e il contrario di tutto. Di Maio, una volta, disse: “i soldi si trovano”. Certo, nelle tasche degli italiani, con una bella patrimoniale.